VEDERE LA LUCE: dall’oscurità degli occhi alla luce della fede
Nel cammino verso la Pasqua la liturgia ci consegna una sequenza di segni che non sono semplici miracoli, ma veri itinerari spirituali. Dopo l’acqua donata alla Samaritana, il Vangelo ci conduce davanti a un altro grande simbolo: la luce. Acqua, luce e vita sono tre parole che preparano il cuore alla Pasqua, perché raccontano il passaggio dall’aridità alla pienezza, dall’oscurità alla visione, dalla morte alla vita.
Il cieco del Vangelo è nato così: non ha mai visto la luce. La sua
condizione richiama la condizione spirituale dell’uomo quando vive senza
conoscere Cristo. Non si tratta di una colpa morale, ma di una mancanza
originaria: una vita che procede nel buio perché non ha ancora incontrato la
luce vera. La cecità degli occhi diventa allora simbolo della cecità
dell’anima, cioè di quella condizione in cui Dio rimane sconosciuto e
la realtà si riduce soltanto a ciò che è immediatamente visibile e materiale.
Il nostro tempo conosce bene questa forma di cecità. Viviamo immersi in una
quantità impressionante di immagini: schermi, fotografie, video, flussi
continui di rappresentazioni del mondo. Vediamo moltissimo, ma spesso
comprendiamo poco. L’occhio è continuamente sollecitato, mentre l’interiorità
rimane povera di luce. La conoscenza si ferma alla superficie delle cose e
raramente penetra il mistero che esse custodiscono. È una conoscenza esteriore,
veloce, frammentata, incapace di aprirsi all’invisibile.
Il Vangelo, invece, introduce a un altro modo di vedere. Esiste una luce che
non appartiene semplicemente agli occhi del corpo: è la luce della fede.
Se la luce materiale permette di accedere al mondo visibile, la luce della fede
apre l’accesso al mondo invisibile. Con essa si può riconoscere la presenza di
Dio nella storia, scorgere il senso nascosto degli eventi, intuire la
profondità delle persone, percepire la verità dell’amore, comprendere che la
vita non si esaurisce nel puro dato materiale.
Il percorso del cieco nato diventa allora un vero itinerario di
conoscenza. All’inizio egli sa pochissimo di Gesù. Quando gli chiedono
chi lo abbia guarito risponde semplicemente: «Un uomo che si chiama Gesù». Poco
dopo dirà: «È un profeta». Alla fine, quando Gesù lo incontra di nuovo e gli
chiede: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?», egli domanda: «Chi è, Signore, perché
io creda in lui?». E Gesù gli rivela: «Lo hai visto: è colui che parla con te».
Allora l’uomo risponde con la professione di fede: «Credo, Signore».
È un cammino progressivo: dalla semplice informazione alla conoscenza
personale, fino alla fede. Il cieco passa dalla luce degli occhi alla luce
dell’anima. Paradossalmente, mentre lui vede sempre di più, i farisei vedono
sempre di meno.
Nel racconto evangelico ritorna più volte una frase significativa: «Non lo
conosco». È l’espressione di chi riconosce onestamente il proprio limite. Il
cieco non pretende di sapere tutto. Ammette ciò che ignora e proprio per questo
rimane aperto alla verità che si rivela.
I farisei, invece, sono convinti di sapere. Possiedono la legge, conoscono
le Scritture, si considerano guide del popolo. Ma questa presunta conoscenza
diventa un ostacolo. Credendo di vedere, finiscono per non accorgersi della
luce che è davanti a loro. È la tragedia della presunzione spirituale:
quando si pensa di conoscere Dio senza lasciarsi realmente incontrare da Lui.
Anche questo tratto appartiene al nostro tempo. Non è raro trovare persone che parlano di Dio con sicurezza, che pensano di aver già capito tutto della fede, ma che in realtà non hanno mai vissuto un incontro personale con Cristo. La vera conoscenza di Dio non nasce dalla presunzione, ma dall’umiltà di chi riconosce di essere ancora in cammino.
In questo cammino assume un valore decisivo un gesto semplice: Gesù manda il
cieco a lavarsi alla piscina di Siloe. È un dettaglio che
l’evangelista non inserisce casualmente. L’acqua di Siloe richiama l’acqua del battesimo.
Come il cieco si lava e torna vedente, così il battezzato è immerso nell’acqua
per rinascere alla luce. Il battesimo è il passaggio dall’oscurità alla luce,
dalla condizione di chi non vede alla condizione di chi può finalmente
contemplare la presenza di Dio.
Non è un caso che questo Vangelo venga proclamato nel tempo quaresimale,
quando la Chiesa prepara i catecumeni al battesimo e invita tutti i credenti a
riscoprirne la grazia. In quell’acqua ciascuno di noi ha ricevuto la prima vera
illuminazione: la possibilità di vedere la vita con gli occhi della fede.
C’è poi un legame profondo con l’incontro tra Gesù e la Samaritana. Anche lì
il dialogo ruota attorno alla conoscenza. Gesù le dice: «Se tu conoscessi il
dono di Dio…». La donna non sa chi ha davanti e per questo non comprende subito
la profondità delle sue parole. Alla fine, però, anche lei giunge a riconoscere
il Messia.
Nel Vangelo del cieco nato accade qualcosa di simile. Quando Gesù domanda:
«Tu credi nel Figlio dell’uomo?», l’uomo risponde: «Chi è, Signore, perché io
creda in lui?». È la stessa apertura della Samaritana: il desiderio di
conoscere. E la risposta di Gesù è altrettanto decisiva: «Lo hai visto: è colui
che parla con te».
La fede nasce proprio qui: nell’incontro con una presenza.
Non è semplicemente un’idea o una teoria su Dio, ma il riconoscimento di Cristo
che parla alla nostra vita.
Il cieco nato diventa così figura di ogni credente. Anche noi siamo chiamati a passare dalla cecità alla visione, dalla conoscenza superficiale alla conoscenza viva, dall’immagine esteriore alla luce interiore. In un mondo che moltiplica le immagini ma spesso smarrisce il senso profondo della realtà, il Vangelo ci ricorda che la vera luce non viene soltanto dagli occhi, ma dal cuore illuminato dall’incontro con Cristo.
Ed è proprio questa luce che prepara alla Pasqua. Perché la Pasqua è il
grande giorno in cui la luce vince definitivamente l’oscurità e la vita si
manifesta nella sua pienezza. Chi si lascia illuminare da Cristo comincia già
ora a vedere il mondo con occhi nuovi: gli occhi della fede, capaci di
riconoscere, anche dentro le ombre della storia, la presenza discreta e
luminosa di Dio.
Don Biagio Aprile
Ecco la professione di fede
RispondiEliminadell’autore dei Salmi: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?” (Sal 28,1). E il profeta dice: “Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Non bisogna quindi stupirsi se il Vangelo di san Giovanni riferisce a Gesù il simbolo della luce.
Grazie don Biagio.
Ecco la professione di fede
RispondiEliminadell’autore dei Salmi: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?” (Sal 28,1). E il profeta dice: “Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Non bisogna quindi stupirsi se il Vangelo di san Giovanni riferisce a Gesù il simbolo della luce.
Grazie don Biagio.