VEDERE LA LUCE: dall’oscurità degli occhi alla luce della fede

Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gv 9,1.6-9.13-17.34-38 

Nel cammino verso la Pasqua la liturgia ci consegna una sequenza di segni che non sono semplici miracoli, ma veri itinerari spirituali. Dopo l’acqua donata alla Samaritana, il Vangelo ci conduce davanti a un altro grande simbolo: la luce. Acqua, luce e vita sono tre parole che preparano il cuore alla Pasqua, perché raccontano il passaggio dall’aridità alla pienezza, dall’oscurità alla visione, dalla morte alla vita.


Il racconto del cieco nato non parla soltanto di un uomo che recupera la vista. Parla di una umanità che, pur immersa nella luce del mondo, spesso rimane prigioniera di una profonda cecità strutturale. La luce materiale illumina le cose, rende visibile il mondo, permette di distinguere forme e colori; ma non sempre rende capaci di comprendere il senso delle cose. È possibile vedere e, nello stesso tempo, non capire. È possibile avere gli occhi aperti e tuttavia rimanere interiormente ciechi.

Il cieco del Vangelo è nato così: non ha mai visto la luce. La sua condizione richiama la condizione spirituale dell’uomo quando vive senza conoscere Cristo. Non si tratta di una colpa morale, ma di una mancanza originaria: una vita che procede nel buio perché non ha ancora incontrato la luce vera. La cecità degli occhi diventa allora simbolo della cecità dell’anima, cioè di quella condizione in cui Dio rimane sconosciuto e la realtà si riduce soltanto a ciò che è immediatamente visibile e materiale.

Il nostro tempo conosce bene questa forma di cecità. Viviamo immersi in una quantità impressionante di immagini: schermi, fotografie, video, flussi continui di rappresentazioni del mondo. Vediamo moltissimo, ma spesso comprendiamo poco. L’occhio è continuamente sollecitato, mentre l’interiorità rimane povera di luce. La conoscenza si ferma alla superficie delle cose e raramente penetra il mistero che esse custodiscono. È una conoscenza esteriore, veloce, frammentata, incapace di aprirsi all’invisibile.

Il Vangelo, invece, introduce a un altro modo di vedere. Esiste una luce che non appartiene semplicemente agli occhi del corpo: è la luce della fede. Se la luce materiale permette di accedere al mondo visibile, la luce della fede apre l’accesso al mondo invisibile. Con essa si può riconoscere la presenza di Dio nella storia, scorgere il senso nascosto degli eventi, intuire la profondità delle persone, percepire la verità dell’amore, comprendere che la vita non si esaurisce nel puro dato materiale.

Il percorso del cieco nato diventa allora un vero itinerario di conoscenza. All’inizio egli sa pochissimo di Gesù. Quando gli chiedono chi lo abbia guarito risponde semplicemente: «Un uomo che si chiama Gesù». Poco dopo dirà: «È un profeta». Alla fine, quando Gesù lo incontra di nuovo e gli chiede: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?», egli domanda: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?». E Gesù gli rivela: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Allora l’uomo risponde con la professione di fede: «Credo, Signore».

È un cammino progressivo: dalla semplice informazione alla conoscenza personale, fino alla fede. Il cieco passa dalla luce degli occhi alla luce dell’anima. Paradossalmente, mentre lui vede sempre di più, i farisei vedono sempre di meno.

Nel racconto evangelico ritorna più volte una frase significativa: «Non lo conosco». È l’espressione di chi riconosce onestamente il proprio limite. Il cieco non pretende di sapere tutto. Ammette ciò che ignora e proprio per questo rimane aperto alla verità che si rivela.

I farisei, invece, sono convinti di sapere. Possiedono la legge, conoscono le Scritture, si considerano guide del popolo. Ma questa presunta conoscenza diventa un ostacolo. Credendo di vedere, finiscono per non accorgersi della luce che è davanti a loro. È la tragedia della presunzione spirituale: quando si pensa di conoscere Dio senza lasciarsi realmente incontrare da Lui.


Anche questo tratto appartiene al nostro tempo. Non è raro trovare persone che parlano di Dio con sicurezza, che pensano di aver già capito tutto della fede, ma che in realtà non hanno mai vissuto un incontro personale con Cristo. La vera conoscenza di Dio non nasce dalla presunzione, ma dall’umiltà di chi riconosce di essere ancora in cammino.

In questo cammino assume un valore decisivo un gesto semplice: Gesù manda il cieco a lavarsi alla piscina di Siloe. È un dettaglio che l’evangelista non inserisce casualmente. L’acqua di Siloe richiama l’acqua del battesimo. Come il cieco si lava e torna vedente, così il battezzato è immerso nell’acqua per rinascere alla luce. Il battesimo è il passaggio dall’oscurità alla luce, dalla condizione di chi non vede alla condizione di chi può finalmente contemplare la presenza di Dio.

Non è un caso che questo Vangelo venga proclamato nel tempo quaresimale, quando la Chiesa prepara i catecumeni al battesimo e invita tutti i credenti a riscoprirne la grazia. In quell’acqua ciascuno di noi ha ricevuto la prima vera illuminazione: la possibilità di vedere la vita con gli occhi della fede.

C’è poi un legame profondo con l’incontro tra Gesù e la Samaritana. Anche lì il dialogo ruota attorno alla conoscenza. Gesù le dice: «Se tu conoscessi il dono di Dio…». La donna non sa chi ha davanti e per questo non comprende subito la profondità delle sue parole. Alla fine, però, anche lei giunge a riconoscere il Messia.

Nel Vangelo del cieco nato accade qualcosa di simile. Quando Gesù domanda: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?», l’uomo risponde: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?». È la stessa apertura della Samaritana: il desiderio di conoscere. E la risposta di Gesù è altrettanto decisiva: «Lo hai visto: è colui che parla con te».

La fede nasce proprio qui: nell’incontro con una presenza. Non è semplicemente un’idea o una teoria su Dio, ma il riconoscimento di Cristo che parla alla nostra vita.


Il cieco nato diventa così figura di ogni credente. Anche noi siamo chiamati a passare dalla cecità alla visione, dalla conoscenza superficiale alla conoscenza viva, dall’immagine esteriore alla luce interiore. In un mondo che moltiplica le immagini ma spesso smarrisce il senso profondo della realtà, il Vangelo ci ricorda che la vera luce non viene soltanto dagli occhi, ma dal cuore illuminato dall’incontro con Cristo.

Ed è proprio questa luce che prepara alla Pasqua. Perché la Pasqua è il grande giorno in cui la luce vince definitivamente l’oscurità e la vita si manifesta nella sua pienezza. Chi si lascia illuminare da Cristo comincia già ora a vedere il mondo con occhi nuovi: gli occhi della fede, capaci di riconoscere, anche dentro le ombre della storia, la presenza discreta e luminosa di Dio.

Don Biagio Aprile

Commenti

  1. Ecco la professione di fede
    dell’autore dei Salmi: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?” (Sal 28,1). E il profeta dice: “Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Non bisogna quindi stupirsi se il Vangelo di san Giovanni riferisce a Gesù il simbolo della luce.
    Grazie don Biagio.

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  2. Ecco la professione di fede
    dell’autore dei Salmi: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?” (Sal 28,1). E il profeta dice: “Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Non bisogna quindi stupirsi se il Vangelo di san Giovanni riferisce a Gesù il simbolo della luce.
    Grazie don Biagio.

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