I SANTI, PERSONE NORMALI CHE HANNO LASCIATO SPAZIO A DIO
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Che cosa rende santa una persona? Che cosa distingue i santi dagli altri uomini e dalle altre donne?
Forse siamo abituati a immaginare i santi come persone straordinarie, lontane dalle nostre fatiche e dalle nostre contraddizioni. Eppure, la solennità di Ognissanti ci invita a guardarli diversamente: i santi sono stati uomini e donne come noi, con le loro domande, le loro fragilità, le loro inquietudini. Ciò che ha reso particolare la loro vita è stata la capacità di lasciarsi raggiungere da una Presenza che ne ha cambiato progressivamente il modo di pensare, di scegliere e di amare.
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse (7,2-14), Giovanni contempla una moltitudine immensa, proveniente da ogni nazione, popolo e lingua. Sono coloro che portano sulla fronte il sigillo del Dio vivente. Il sigillo, nel linguaggio biblico, indica appartenenza e identità: i santi sono coloro che hanno lasciato che la propria esistenza fosse segnata dalla presenza di Dio e conformata a Cristo. Non si tratta di una perfezione conquistata con le proprie forze, ma di una vita che si è lasciata trasformare dall’amore.
Tutto comincia spesso da un lavoro silenzioso di interiorità. I santi sono stati uomini e donne capaci di non vivere soltanto in superficie, di non lasciarsi assorbire completamente dal rumore delle cose, dalle aspettative e dai modelli dominanti. Hanno saputo ascoltare le domande più profonde, riconoscere quella sete di senso che nessun successo umano può saziare. L’interiorità, però, non è ripiegamento su se stessi: è lo spazio nel quale diventiamo disponibili a riconoscere una Presenza.
Ed è proprio da questa disponibilità che possono nascere incontri capaci di cambiare un’esistenza. Pensiamo ad Agostino, alla sua lunga inquietudine e alla ricerca appassionata della verità; oppure a Francesco d’Assisi, il cui incontro con il lebbroso trasformò radicalmente il suo modo di guardare gli ultimi e la propria vita. Un volto, una parola, una sofferenza incontrata, un’esperienza imprevista: ciò che apparentemente sembra un episodio ordinario può diventare un appuntamento decisivo con Dio, quando trova in noi uno spazio capace di accoglierlo.
Ma che cosa rende possibile questa trasformazione? La risposta è nell’amore. Non semplicemente un sentimento, ma la partecipazione all’amore stesso di Dio, riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). È questo amore che, incontrato in Cristo, diventa il criterio nuovo dell’esistenza.
Possiamo comprendere così la provocazione delle Beatitudini (Mt 5,1-12). Gesù capovolge i criteri con cui il mondo misura la felicità: beati non sono necessariamente coloro che hanno successo, che possiedono, che prevalgono sugli altri, ma i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace, coloro che hanno fame e sete di giustizia.
È una logica profondamente diversa da quella che spesso ci viene proposta: l’idolatria del successo, il culto dell’immagine, la competizione senza limiti, l’illusione di poter bastare a se stessi. I santi hanno saputo prendere le distanze da questi modelli, scegliendo di vivere secondo una misura diversa: quella dell’amore.
Anche l’ultima Beatitudine ci ricorda che questa scelta non è sempre facile: «Beati i perseguitati per la giustizia». L’amore autentico può incontrare il rifiuto, l’incomprensione e persino la persecuzione. Chi sceglie la giustizia può diventare scomodo; chi non accetta la sopraffazione può essere emarginato; chi rimane fedele al Vangelo può dover attraversare la propria via crucis. Gesù stesso ha percorso questa strada. La santità non consiste nel cercare la sofferenza, ma nel non rinunciare all’amore neppure quando amare diventa difficile.
Eppure, pensando a Ognissanti, non possiamo fermarci ai grandi nomi della storia della Chiesa. C’è una santità silenziosa che abita le nostre case, le famiglie, i luoghi di lavoro e le relazioni quotidiane. Sono uomini e donne che hanno speso la propria vita per gli altri, che hanno attraversato sacrifici senza smettere di amare, che hanno educato, perdonato, sostenuto, incoraggiato. Persone che forse non hanno compiuto gesti straordinari, ma hanno reso migliore la vita di chi hanno incontrato, spesso senza cercare riconoscimenti.
La festa di oggi è anche un’occasione per ricordare con gratitudine tutte quelle persone che hanno contribuito a fare di noi ciò che siamo: genitori, nonni, educatori, insegnanti, sacerdoti, amici. Attraverso la loro presenza, le loro parole e i loro sacrifici ci hanno trasmesso qualcosa che ancora portiamo dentro. Forse alcuni non ci sono più, forse non abbiamo mai trovato il tempo o le parole per ringraziarli. Ma anche attraverso queste esistenze ordinarie l’amore di Dio ha continuato a operare nella storia.
La santità, allora, non è un privilegio riservato a pochi, ma una vocazione che riguarda tutti. Non ci chiede di diventare persone eccezionali, ma di lasciare che l’amore di Cristo diventi il criterio delle nostre scelte e delle nostre relazioni.
Forse diventare santi significa proprio questo: permettere all’amore ricevuto di diventare amore donato, fino a lasciare nella vita degli altri un segno buono della nostra presenza.
Don Biagio Aprile



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