Osanna e Passione: il paradosso della salvezza
Entriamo nella soglia più intensa dell’anno liturgico: la Settimana Santa. Il cammino quaresimale trova qui il suo compimento, e la liturgia ci prende per mano introducendoci dentro il mistero di un Re che sorprende, disorienta, e infine si rivela.
Ed è proprio qui che nascono le domande più profonde. Che tipo di re è un re che non si difende? Perché Gesù accetta la passione? Perché non reagisce all’ingiustizia?
Il racconto della Passione non è solo cronaca di un’ingiustizia – pur terribile – come tante nella storia umana. È qualcosa di più. È una scelta. Gesù non subisce semplicemente: assume. Prende su di sé il male, lo attraversa, lo abita fino in fondo. Non lo elimina con la forza, ma lo svuota dall’interno. E allora emerge un’altra domanda, forse ancora più inquietante: perché non lo riconoscono?
Coloro che gridavano “Osanna” diventano gli stessi che urlano “Crocifiggilo”. I discepoli fuggono. Le autorità religiose lo condannano. Il potere politico se ne lava le mani. È la cecità del cuore umano, che non sa riconoscere un Dio così. Un Dio debole, vulnerabile, che non corrisponde alle attese.
Ma questa cecità non appartiene solo a quel tempo. È anche la nostra. Ogni volta che cerchiamo un Dio che risolva i problemi senza convertirci, che vinca senza passare dalla croce, che si imponga invece di amare, noi non riconosciamo il vero volto di Dio. E allora la domanda diventa ancora più radicale: chi è l’uomo, se è capace di uccidere il Figlio di Dio?
La Passione ci mette davanti a uno specchio. L’uomo è capace di grandezza e di abisso. Può accogliere Dio, ma anche rifiutarlo. Può amare fino al dono di sé, ma anche distruggere ciò che è più innocente. La croce rivela la verità dell’uomo: creatura ferita, contraddittoria, bisognosa di salvezza. Ed è qui che si apre il cuore del mistero: da cosa ci salva Gesù?
Non da un nemico esterno soltanto, ma da ciò che abita dentro di noi: il peccato, la chiusura, la violenza, la paura di amare fino in fondo. Sulla croce, Gesù raggiunge ogni uomo, da Adamo fino all’ultimo che verrà. In quel corpo ferito c’è tutta l’umanità: la nostra fragilità, le nostre colpe, le nostre ferite.
Ma nello stesso tempo, in quel crocifisso, c’è tutta la divinità. Nascosta, umiliata, derisa… eppure presente. Dio non si sottrae al dolore umano: lo attraversa. Non resta lontano: si compromette. Non salva “dall’esterno”, ma “dall’interno”.
E così, al termine del racconto della Passione, si apre uno spiraglio di luce. Un centurione – uno straniero, uno che non apparteneva al popolo eletto – esclama: “Davvero costui era Figlio di Dio”.
È come se il Vangelo ci dicesse: questo è un cammino. Non si arriva subito a riconoscere il volto di Dio. Bisogna attraversare la croce, sostare sotto di essa, lasciarsi interrogare. E allora l’ultima domanda diventa la più decisiva: quale immagine di Dio ci rivela il Crocifisso?
Non un Dio potente secondo i criteri del mondo, ma un Dio che ama fino alla fine. Non un Dio che salva evitando la sofferenza, ma attraversandola. Non un Dio distante, ma un Dio solidale, vicino, consegnato.
Il Crocifisso ci rivela un Dio che non smette di amare neppure quando è rifiutato. Un Dio che, proprio nel momento della sconfitta, compie la sua vittoria: quella dell’amore.
Don Biagio Aprile
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