Restituire a Dio ciò che è di Dio: la misericordia che libera il cuore

I farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».


Nel Vangelo di questa domenica (Mt 22,15-21) incontriamo due atteggiamenti opposti. Da una parte, un'umanità che cerca Gesù, perché ha bisogno di ritrovare la vita; dall'altra, uomini che gli tendono insidie, nascondendo dietro parole rispettose un'intenzione ostile.

Matteo annota: «Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose…». Gesù vede ciò che si nasconde dietro le apparenze. L'ipocrisia consiste proprio nel servirsi persino delle parole della verità per difendere ciò che alla verità si oppone.

Ma Gesù non viene semplicemente a smascherare il male. Viene a liberare l'uomo dal male che lo abita. Non risponde alla malizia con altra malizia, non umilia per imporsi: porta alla luce la falsità e apre una possibilità nuova.

Qui si manifesta il mistero della sua persona. Il Figlio di Dio non rimane lontano dalla nostra condizione: nell'Incarnazione assume la nostra umanità, ne condivide la fragilità e attraversa la sofferenza fino alla morte. Non assume il peccato come propria colpa, ma prende su di sé il peso della nostra condizione ferita per riconciliarci con il Padre.

San Gregorio Nazianzeno lo esprime con una formula straordinaria: «Ciò che non è stato assunto, non è stato guarito». Cristo entra nella nostra umanità per risanarla dall'interno. Sant'Atanasio, a sua volta, contempla questo meraviglioso scambio: il Figlio si fa uomo perché noi possiamo partecipare, per grazia, alla vita divina.

Ecco come Gesù libera: non si limita a indicarci il bene, ma ci raggiunge con la sua misericordia e ci comunica una vita nuova. Non è un premio per chi è già giusto, ma un dono gratuito di Dio, che ci rialza e ci rende capaci di ricominciare.

«Rendete a Cesare»: a chi appartiene la tua vita?

La domanda che viene posta a Gesù riguarda il tributo all'imperatore romano, simbolo di un potere che esercitava il proprio dominio sul popolo. Gesù, però, conduce i suoi interlocutori oltre la trappola: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il verbo greco apódote significa «restituite», «rendete ciò che è dovuto». Non è soltanto una questione fiscale: è un invito a riconoscere il posto e il limite di ogni realtà.


Cesare può rivendicare ciò che appartiene alla sfera dell'autorità civile, ma non può diventare il signore assoluto della persona. Il potere, il denaro, il successo e il bisogno di approvazione possono avere un posto nella nostra esistenza; diventano idoli quando pretendono di possederla interamente.

Gesù ci pone allora una domanda che attraversa i secoli: quale peso ha Cesare nella tua vita? Che cosa esercita su di te un potere tale da farti dimenticare la verità, la libertà della coscienza e la tua dignità?

E soprattutto: che cosa significa restituire a Dio ciò che è di Dio?

Nel libro della Genesi leggiamo che l'uomo è stato creato a immagine di Dio (Gen 1,26-27). La moneta porta l'immagine di Cesare; l'essere umano porta l'immagine del Creatore. È un collegamento teologico che il racconto non esplicita, ma che ci aiuta a cogliere la profondità della parola di Gesù.

Restituire a Dio significa riconoscere che la nostra vita trova in lui la propria origine e il proprio compimento. Significa lasciarci liberare da tutto ciò che ci rende schiavi e ritrovare la nostra identità di figli amati.

La misericordia che ci raggiunge nei sacramenti

Questa restituzione non è soltanto uno sforzo morale. È anzitutto opera della grazia.

Cristo prende su di sé il nostro peccato e la nostra morte, non perché Dio ci abbandoni alla condanna, ma perché il suo amore ci raggiunga proprio là dove siamo perduti. Nella Pasqua, il Figlio offre liberamente la propria vita e apre all'umanità la via della riconciliazione con il Padre. Questo dono continua a raggiungerci nella vita sacramentale della Chiesa. Nel sacramento della riconciliazione, la misericordia di Cristo diventa per noi perdono concreto e possibilità di una vita nuova. Nell'Eucaristia, partecipiamo al suo mistero pasquale e riceviamo il dono della sua stessa vita.

Non celebriamo soltanto qualcosa che è accaduto nel passato: attraverso i sacramenti, Cristo risorto ci incontra e opera in noi con la grazia dello Spirito Santo. Come ricorda Benedetto XVI nell'esortazione Sacramentum caritatis, nell'Eucaristia Cristo ci comunica la vita divina e ci trasforma progressivamente in lui.

Sant'Agostino lo esprime con parole rivolte ancora oggi a ogni cristiano: ricevendo il Corpo di Cristo, siamo chiamati a diventare ciò che riceviamo, un solo corpo nella carità.

Ecco il senso più profondo del Vangelo: Gesù non vuole soltanto che impariamo a distinguere ciò che spetta a Cesare da ciò che spetta a Dio. Vuole restituirci alla verità della nostra origine e della nostra vocazione, liberandoci da ciò che ci rende schiavi e rendendoci partecipi della sua vita.


La domanda conclusiva è allora questa: che cosa devo restituire a Dio perché la mia vita torni ad appartenergli davvero? Quale maschera devo lasciar cadere, quale schiavitù devo consegnare alla sua misericordia, quale spazio devo riaprire alla sua presenza?

Restituire a Dio ciò che è di Dio significa, in definitiva, lasciarsi raggiungere da Cristo, perché egli guarisca il nostro cuore e ci renda capaci di vivere da figli, nella libertà e nell'amore.

Don Biagio Aprile

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