Quando il fratello diventa nemico
Una domanda
che nasconde una visione della vita
Il capitolo 18 del Vangelo di Matteo è dedicato alla vita della comunità. Gesù ha appena parlato della correzione fraterna e della necessità di «guadagnare il fratello». Pietro allora domanda quante volte sia necessario perdonare. Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».
Non sta semplicemente aumentando il numero. Sta
cambiando la logica: il perdono non può essere regolato dalla misura del
torto, perché nasce da una misura più grande, quella della misericordia.
Ma allora viene una domanda ancora più profonda: perché
l'altro può arrivare a ferirmi? Perché una relazione si spezza? Perché chi
amavo può diventare colui che mi fa del male? Come può un fratello diventare un
nemico?
La vita ci
cambia
La risposta passa anche attraverso una verità che spesso facciamo fatica ad accettare: noi cambiamo. Non cambiamo soltanto esteriormente. Cambiano il nostro modo di vedere, di desiderare, di amare, di giudicare. Guardini ci aiuta a comprendere che la persona non è una realtà chiusa e immobile: vive dentro tensioni, incontri, decisioni, crisi e possibilità. La persona cambia senza cessare di essere se stessa. Per questo il cambiamento non è un incidente della vita: appartiene strutturalmente al nostro essere nel tempo.
Le esperienze ci trasformano. Una sofferenza può
renderci più profondi, ma può anche indurirci. Una ferita può diventare così
presente da finire per definirci: non è più soltanto qualcosa che ho subito,
diventa ciò attraverso cui guardo me stesso e gli altri.
E allora la domanda non è soltanto: che cosa mi è successo? Ma: in che cosa mi sta trasformando ciò che ho vissuto? Qui il Vangelo apre una possibilità decisiva: io non sono soltanto il mio passato e l'altro non è soltanto il male che mi ha fatto. La persona rimane aperta alla trasformazione.
La falsa
immagine di noi stessi
Forse il problema più profondo nasce quando non accettiamo di essere creature, cioè persone limitate, fragili, bisognose. Vorremmo essere forti, autosufficienti, capaci di bastare a noi stessi. E quando incontriamo il nostro limite lo viviamo come un'umiliazione.
La parabola raccontata da Gesù ci mette davanti proprio a questa contraddizione. Un servo riceve la remissione di un debito enorme, ma subito dopo diventa incapace di avere misericordia verso chi gli deve molto meno. Ha ricevuto il perdono, ma non ha compreso chi è lui. Ha pensato alla misericordia come a un vantaggio ricevuto, non come alla rivelazione della propria condizione.
Perché dovrei
perdonare?
Perdonare non significa dire che il male non è grave. Non significa cancellare la responsabilità o rinunciare alla giustizia. Significa, però, impedire che il male ricevuto continui a governare la mia vita.
Il rancore conserva il torto dentro di noi.
L'altro può anche non essere più presente, ma continua ad abitare nella nostra
memoria attraverso la ferita. E così ciò che ci è stato fatto continua a
produrre effetti.
Il libro del Siracide lo dice con parole forti: «Rancore e ira sono cose orribili». E poi pone una domanda decisiva: «Come può chiedere la guarigione al Signore un uomo che non ha misericordia verso il suo simile?». Il perdono, allora, è anche una guarigione del cuore.
Abbiamo bisogno della misericordia
La parabola ci ricorda una cosa essenziale: prima ancora di essere persone che devono perdonare, siamo persone che hanno bisogno di essere perdonate. La misericordia di Dio non consiste semplicemente nel cancellare una colpa. Ci restituisce un futuro. Ci dice che non siamo riducibili ai nostri errori.
È questo che il servo della parabola non comprende: dimentica di essere stato debitore. Forse anche noi diventiamo incapaci di perdonare quando dimentichiamo quanto abbiamo ricevuto.
La Croce di
Cristo
Ma possiamo davvero perdonare soltanto con le nostre forze? Alla luce dell'intero Vangelo, la risposta ci conduce alla Croce. Cristo entra nel cuore del male umano senza restituire male per male. Non nega il dolore, ma interrompe la sua trasmissione.
Per questo il perdono cristiano non nasce semplicemente da uno sforzo morale. Nasce dall'esperienza di una misericordia ricevuta. Non perdoniamo perché il male non conta. Perdoniamo perché abbiamo scoperto che il male non ha l'ultima parola.
Le due città
di Agostino
Agostino, nella Città di Dio, descrive due
orientamenti fondamentali del cuore: amor sui, l'amore di sé fino a fare
di se stessi il centro, e amor Dei, l'amore di Dio che rimette Dio al
centro dell'esistenza.
Quando tutto ruota attorno all'amor sui,
anche il torto ricevuto diventa assoluto: io, ciò che mi è stato fatto, il
mio diritto, la mia ferita. L'altro diventa facilmente un nemico.
L'amor Dei, invece, non cancella il dolore né elimina la giustizia. Ma rimette ogni cosa nella giusta prospettiva: io non sono Dio, l'altro non è Dio, la mia ferita non è Dio. E così il cuore può tornare libero.
Il tempo che
ci è dato
Forse è proprio per questo che Dio ci dona il tempo. Non siamo persone già compiute. Siamo persone in cammino, capaci di cambiare, di riconoscere, di tornare indietro, di lasciarci guarire. Il tempo può diventare il luogo nel quale una ferita smette di essere una prigione, il rancore può essere consegnato, il cuore può riaprirsi.
Il tempo è anche tempo della grazia. E allora, chi sto diventando?
Alla fine, forse, la domanda di Pietro cambia. Non è più soltanto: «Quante volte devo perdonare?» Diventa: «Chi sto diventando attraverso ciò che ho vissuto?» Il male che ho ricevuto mi sta rendendo più libero o più prigioniero? La mia ferita sta diventando la mia identità? Sto guardando l'altro soltanto attraverso il suo errore? E soprattutto: mi ricordo di essere stato perdonato?
Don Biagio Aprile
🙏
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