Il fratello che non posso cancellare
Fratello è colui che porta il mio stesso sangue? È l'amico con cui condivido tutto? È chi mi comprende, mi sostiene, mi è simpatico, pensa come me e magari mi dà anche ragione? Oppure è qualcuno che, in qualche modo, colma i miei vuoti e risponde alle mie attese?
Forse, senza accorgercene, abbiamo caricato questa parola di molte «incrostazioni». Chiamiamo fratello colui che ci è vicino e rischiamo di smettere di chiamarlo così quando diventa distante. Lo consideriamo fratello finché c'è affetto, comprensione, reciprocità; ma quando arriva il conflitto, quando ci ferisce, quando ci delude, qualcosa dentro di noi sembra autorizzarci a dire: «Non è più mio fratello». È proprio qui che il Vangelo ci sorprende.
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...»
Nel capitolo 18 di Matteo Gesù parla della vita della comunità. E quando affronta il problema del male che entra nelle relazioni, non usa una parola casuale: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo» (Mt 18,15).
Notiamo una cosa semplice e insieme sconvolgente: colui che ti ha fatto del male viene ancora chiamato “fratello”. Non «colui che era tuo fratello». Non «il tuo nemico». Tuo fratello. La colpa ha ferito la relazione, ma non ha cancellato la fraternità. E forse proprio qui Gesù ci costringe a riscoprire il significato vero di questa parola.
Il fratello non è quello che scelgo
Nel linguaggio di Matteo la parola greca è adelphós, «fratello». Nel mondo biblico la fraternità non si esaurisce nel legame di sangue: indica una relazione di appartenenza, una comunione che ha la sua origine in qualcosa che ci precede. Ed è questo il punto decisivo. Il fratello cristiano non è semplicemente colui che scelgo. È colui che ricevo.
Se considero fratello soltanto chi mi piace, mi comprende, mi somiglia o soddisfa le mie aspettative, in realtà sto scegliendo delle persone nelle quali mi riconosco. Il vero fratello è anche l'altro, quello diverso da me, quello che non capisco, quello che mi mette in crisi, quello che qualche volta mi ferisce. E persino quando il rapporto si spezza, rimane una domanda che il Vangelo non permette di cancellare: che cosa ne è di mio fratello?
Il Vangelo non si arrende al fratello perduto
Ma c'è un particolare di Matteo 18 che rischiamo di non cogliere. Gesù non dice semplicemente: «Perdonalo». Prima dice: «Va' e ammoniscilo fra te e lui solo».
Il verbo utilizzato da Matteo è ἐλέγχω (elenchō), un verbo che può significare mettere in luce una colpa, farla riconoscere, richiamare qualcuno alla verità, correggere.
Non è l'ammonizione di chi si mette sopra l'altro per giudicarlo. È piuttosto il tentativo di ricondurre alla verità una relazione che il male ha deformato. L'obiettivo non è vincere una discussione. L'obiettivo è guadagnare il fratello. Infatti Gesù continua: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). Quella piccola parola — guadagnato — dice tutto. Il fratello non è qualcuno da perdere. È qualcuno da riconquistare.
E Gesù indica un percorso sorprendentemente concreto.
Prima: tu e lui. «Va' e ammoniscilo fra te e lui solo». Prima della comunità, prima di parlarne con altri, prima di trasformare una ferita privata in un problema pubblico, c'è l'incontro personale. È un invito alla responsabilità: vai dall'altro. Non parlare dell'altro: parla con l'altro. Poi, se non ascolta:
«Prendi ancora con te una o due persone». La relazione ferita viene affidata a una mediazione fraterna. Non si tratta di creare un tribunale, ma di cercare insieme una strada. E infine:
«Se non ascolterà costoro, dillo alla comunità». La questione diventa allora comunitaria, perché quando una fraternità si spezza non è mai soltanto un affare privato: una ferita tra fratelli ferisce il corpo intero.
Ma proprio qui arriva il passaggio più sorprendente. «Sia per te come il pagano e il pubblicano» Gesù conclude: «Se poi non ascolterà neppure la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano» (Mt 18,17).
A prima vista sembrerebbe una condanna definitiva. In realtà, alla luce di tutto il Vangelo, non può essere letta semplicemente come una porta chiusa.
Pensiamo a Gesù e ai pubblicani: li cerca, mangia con loro, li chiama alla conversione. Il pubblicano non è una persona definitivamente esclusa dalla possibilità della salvezza.
Per questo anche l'ultimo gradino del percorso non dovrebbe essere letto come: «Fuori per sempre». Piuttosto: «Ora ti affido a un tempo diverso: il tempo della conversione». La porta non viene murata. Rimane aperta.
Tempo di conversione, tempo di grazia
Ed è forse questa una delle immagini più belle che Matteo 18 consegna alla Chiesa. Quando il fratello si allontana, la comunità non dice: «È finita». Dice: «C'è ancora un cammino». C'è un tempo di conversione. Un tempo di grazia. Un tempo di cambiamento. Un tempo di attesa. Perché il cristiano non guarda l'altro soltanto per quello che è oggi. Lo guarda anche per quello che può diventare.
Questa è la logica di Dio. Dio non ci identifica con il nostro errore. Non confonde la persona con la sua colpa. Non dice: «Hai sbagliato, dunque sei perduto». Il Vangelo lascia sempre aperta la possibilità del ritorno.
Recuperare il fratello non significa negare il male
Questo è importante anche nella nostra vita. Recuperare il fratello non significa far finta che non sia successo nulla. Non significa cancellare una ferita. Non significa ricostruire immediatamente una fiducia che è stata tradita. Non significa nemmeno permettere che qualcuno continui a farci del male. Significa qualcosa di più profondo: impedire che il male abbia l'ultima parola sulla persona.
Posso dover mantenere una distanza. Posso non riuscire ancora a fidarmi. Posso aver bisogno di tempo. Ma posso rifiutarmi di trasformare definitivamente quella persona in un nemico. La fraternità può essere ferita, ma non per questo deve essere consegnata al potere del male.
Potremmo domandare con sincerità: perché dovrei continuare a considerare fratello chi mi ha fatto del male? Che vantaggio ne ho?
Non si tratta soltanto di stare meglio, di liberarsi dal rancore o di ritrovare serenità. C'è qualcosa di molto più grande. Recuperare il fratello significa recuperare anche la verità di me stesso. Perché quando vivo soltanto dividendo il mondo tra amici e nemici, tra quelli che meritano il mio amore e quelli che non lo meritano, finisco per diventare prigioniero del male che ho ricevuto. Il Vangelo mi offre una libertà diversa: non sei obbligato ad amare soltanto chi ti ama.
Una fraternità che ha un Padre
Per comprendere tutto questo dobbiamo andare ancora più in profondità. Perché due persone sono fratelli? Non semplicemente perché si vogliono bene. Nella fede cristiana la fraternità nasce da una paternità che ci precede. Gesù parla del «Padre vostro che è nei cieli». È il Padre che ci rende figli e, proprio per questo, fratelli. Questa è la grande novità cristiana: prima ancora di essere amici, siamo figli; e proprio perché siamo figli dello stesso Padre, siamo chiamati a riconoscerci fratelli.
La fraternità, allora, non dipende soltanto dal mio sentimento. Io posso perdere la simpatia per una persona. Posso essere deluso. Posso prendere le distanze. Ma non sono io a decidere definitivamente chi è mio fratello. C'è una paternità che mi precede.
La porta rimane aperta
Forse questa è la vera differenza tra la logica del mondo e quella del Vangelo. Il mondo tende a dire: «Se mi hai ferito, sei fuori». Il Vangelo dice: «Se mi hai ferito, dobbiamo ancora cercare una strada per ritrovarci». A volte quella strada sarà immediata. A volte richiederà anni. A volte non sarà possibile tornare alla relazione di prima. Ma la porta della fraternità rimane aperta.
Perché Dio è il Dio dell'attesa. Il padre della parabola non smette di guardare la strada. Il pastore non smette di cercare la pecora. Il Padre non smette di attendere il figlio.
E la Chiesa, quando è veramente Chiesa, non dovrebbe essere il luogo dove si stabilisce chi è definitivamente perduto, ma il luogo dove rimane sempre aperta la possibilità del ritorno.
Scrostare la parola «fratello»
Forse abbiamo bisogno proprio di questo: scrostare la parola fratello. Liberarla dall'idea che fratello sia soltanto chi mi comprende, chi mi piace, chi mi è vicino, chi condivide le mie idee.
Fratello è anche colui che non comprendo. È colui che mi mette in difficoltà. È colui con il quale la relazione è ferita. È colui che si è allontanato. È persino colui che, in questo momento, non riesco più a sentire come fratello.
Perché la fraternità cristiana non nasce dalla simpatia, ma dalla comune appartenenza a un Padre. E allora comprendiamo anche la domanda di Pietro: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?» (Mt 18,21). In fondo Pietro sta chiedendo: fino a quando rimane mio fratello? E Gesù risponde senza stabilire un limite al perdono. Perché il Padre non smette di essere Padre. E proprio per questo il fratello, anche quando è ferito e lontano, non viene semplicemente cancellato.
Una parola per la nostra vita
Forse questa settimana potremmo fermarci davanti a una persona concreta. Non a un'idea astratta di fraternità. A una persona. Qualcuno con cui abbiamo un rapporto difficile. Qualcuno che ci ha ferito. Qualcuno da cui siamo lontani. Qualcuno che abbiamo già classificato nella nostra mente come «nemico». E possiamo chiederci: Ho mai provato davvero a recuperare questo fratello?
Ho parlato con lui o soltanto di lui? Ho cercato di comprendere oppure ho già emesso una sentenza? Ho lasciato un tempo alla conversione? Ho lasciato una porta aperta? Forse non dobbiamo fare subito grandi cose. Possiamo semplicemente provare a pronunciare davanti a Dio una parola: fratello.
Commenti
Posta un commento