DUE FIGLI, UN PADRE E UNA VIGNA
Il primo risponde di no, ma poi cambia idea e va.
Il secondo dice sì, ma non va. Gesù allora domanda: «Chi dei due ha compiuto
la volontà del padre?»
La risposta sembra semplice. Ma dietro questa
domanda c’è molto di più.
La prima lettura di Ezechiele ci aveva già
preparato: l'uomo può cambiare. Il suo passato non lo definisce per
sempre. Può allontanarsi e ritornare, può cambiare direzione. La fede, dunque,
non è una fotografia dell'uomo, ma un cammino.
Chi è il
Padre?
Il padre della parabola è Dio. Ma è significativo
che si rivolga ai suoi figli chiamandoli proprio così: «Figlio».
E qui nasce una domanda che riguarda molto da
vicino l'uomo di oggi: se siamo liberi, autonomi, capaci di decidere della
nostra vita, perché dovremmo obbedire a Dio? Non significa forse
sminuire la nostra libertà?
Forse dobbiamo comprendere diversamente
l'obbedienza.
Obbedire a Dio non significa smettere di pensare,
rinunciare alla propria libertà o diventare dipendenti da qualcuno. Significa
riconoscere che la nostra vita non è un possesso assoluto, ma un dono
ricevuto e affidato alla nostra responsabilità.
La domanda allora non è soltanto: «Che cosa
voglio fare della mia vita?», ma anche: «Per quale bene mi è stata
data?»
Se Dio è un padrone, l'obbedienza diventa
sottomissione. Se Dio è Padre, può diventare una risposta libera all'amore.
La vigna
Ma perché il figlio dovrebbe andare nella vigna
del padre?
Perché la vigna è anche la nostra vita: la
famiglia, la comunità, la Chiesa, il mondo nel quale siamo chiamati a vivere e
a prenderci cura degli altri.
Dio non ci chiama fuori dalla vita, ma dentro
la vita, perché la nostra libertà porti frutto.
I due figli
Il primo dice no, ma poi cambia. Il
secondo dice sì, ma rimane fermo.
Il secondo rappresenta coloro che sono vicini a
Dio, che conoscono la Legge, pregano, frequentano il tempio: persone religiose,
apparentemente fedeli. Eppure il loro «sì» può rimanere soltanto sulle labbra.
È possibile essere vicini a Dio e avere il cuore
lontano.
Il primo figlio, invece, rappresenta i lontani:
coloro che hanno detto di no, gli esclusi, i peccatori. Gesù arriva a dire: «I
pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».
Non perché il male diventi bene, ma perché chi
riconosce la propria distanza può lasciarsi raggiungere dalla misericordia.
Il loro «no» non è l'ultima parola.
Perché uno cambia e l'altro no?
Questa è forse la domanda più inquietante del
Vangelo.
Entrambi ricevono la stessa parola. Entrambi
hanno un padre. Entrambi sono chiamati alla vigna. Ma soltanto uno lascia che
quella parola lo trasformi.
Il primo riesce a dire: «Ho sbagliato».
Il secondo, forse, non ne sente il bisogno.
E qui il Vangelo ci riguarda da vicino. Il
pericolo più grande non è sempre dire «no» a Dio. A volte è dire continuamente
«sì» senza permettere che quel sì cambi qualcosa dentro di noi.
Che cosa
significa essere figli?
Forse il vero tema della parabola è proprio
questo: che tipo di rapporto abbiamo con il Padre?
La vera obbedienza non nasce dalla paura, ma
dalla fiducia.
Un figlio che si sente amato non obbedisce perché
il padre è più forte di lui, ma perché riconosce nel padre qualcuno che cerca
il suo bene.
Questa è la paternità vissuta bene: non
controllo, ma generazione; non possesso, ma accompagnamento verso la libertà.
E forse questo ci aiuta a comprendere anche Dio: la sua volontà non è contro la nostra libertà; vuole condurla verso il bene.
L'uomo, ci dice questa parabola, è un essere
capace di cambiare.
Non siamo prigionieri del nostro passato, né
definiti una volta per tutte dai nostri errori o dalle nostre buone opere.
E Dio? È il Padre che continua a chiamare entrambi «figlio».
La sua paternità rimane aperta, paziente, capace
di attendere.
Per questo il Vangelo non ci chiede
semplicemente: «Hai detto sì o hai detto no?»
Ci chiede qualcosa di più profondo:
Dove ti sta portando oggi la tua vita?
Il tuo «sì» a Dio è soltanto sulle labbra o è
diventato vita?
Quando Dio ti parla, lo senti come un padrone o
come un Padre?
E nella vigna del Padre, dove sei oggi?
Forse non conta soltanto essere arrivati. Conta
essere ancora capaci di ascoltare, di cambiare e di riprendere il cammino.
Perché, finché possiamo cambiare, la nostra
storia davanti a Dio non è ancora finita.
Don Biagio Aprile
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