DUE FIGLI, UN PADRE E UNA VIGNA

Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


Il Vangelo di questa domenica ci presenta una scena semplice: un padre ha due figli e chiede a entrambi la stessa cosa: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna».

Il primo risponde di no, ma poi cambia idea e va. Il secondo dice sì, ma non va. Gesù allora domanda: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?»

La risposta sembra semplice. Ma dietro questa domanda c’è molto di più.

La prima lettura di Ezechiele ci aveva già preparato: l'uomo può cambiare. Il suo passato non lo definisce per sempre. Può allontanarsi e ritornare, può cambiare direzione. La fede, dunque, non è una fotografia dell'uomo, ma un cammino.

Chi è il Padre?

Il padre della parabola è Dio. Ma è significativo che si rivolga ai suoi figli chiamandoli proprio così: «Figlio».

E qui nasce una domanda che riguarda molto da vicino l'uomo di oggi: se siamo liberi, autonomi, capaci di decidere della nostra vita, perché dovremmo obbedire a Dio? Non significa forse sminuire la nostra libertà?

Forse dobbiamo comprendere diversamente l'obbedienza.

Obbedire a Dio non significa smettere di pensare, rinunciare alla propria libertà o diventare dipendenti da qualcuno. Significa riconoscere che la nostra vita non è un possesso assoluto, ma un dono ricevuto e affidato alla nostra responsabilità.

La domanda allora non è soltanto: «Che cosa voglio fare della mia vita?», ma anche: «Per quale bene mi è stata data?»

Se Dio è un padrone, l'obbedienza diventa sottomissione. Se Dio è Padre, può diventare una risposta libera all'amore.

La vigna

Ma perché il figlio dovrebbe andare nella vigna del padre?

Perché la vigna è anche la nostra vita: la famiglia, la comunità, la Chiesa, il mondo nel quale siamo chiamati a vivere e a prenderci cura degli altri.

Dio non ci chiama fuori dalla vita, ma dentro la vita, perché la nostra libertà porti frutto.

I due figli

Il primo dice no, ma poi cambia. Il secondo dice sì, ma rimane fermo.

Il secondo rappresenta coloro che sono vicini a Dio, che conoscono la Legge, pregano, frequentano il tempio: persone religiose, apparentemente fedeli. Eppure il loro «sì» può rimanere soltanto sulle labbra.

È possibile essere vicini a Dio e avere il cuore lontano.

Il primo figlio, invece, rappresenta i lontani: coloro che hanno detto di no, gli esclusi, i peccatori. Gesù arriva a dire: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».

Non perché il male diventi bene, ma perché chi riconosce la propria distanza può lasciarsi raggiungere dalla misericordia.

Il loro «no» non è l'ultima parola.

Perché uno cambia e l'altro no?

Questa è forse la domanda più inquietante del Vangelo.

Entrambi ricevono la stessa parola. Entrambi hanno un padre. Entrambi sono chiamati alla vigna. Ma soltanto uno lascia che quella parola lo trasformi.

Il primo riesce a dire: «Ho sbagliato».

Il secondo, forse, non ne sente il bisogno.

E qui il Vangelo ci riguarda da vicino. Il pericolo più grande non è sempre dire «no» a Dio. A volte è dire continuamente «sì» senza permettere che quel sì cambi qualcosa dentro di noi.

Che cosa significa essere figli?

Forse il vero tema della parabola è proprio questo: che tipo di rapporto abbiamo con il Padre?

La vera obbedienza non nasce dalla paura, ma dalla fiducia.

Un figlio che si sente amato non obbedisce perché il padre è più forte di lui, ma perché riconosce nel padre qualcuno che cerca il suo bene.

Questa è la paternità vissuta bene: non controllo, ma generazione; non possesso, ma accompagnamento verso la libertà.

E forse questo ci aiuta a comprendere anche Dio: la sua volontà non è contro la nostra libertà; vuole condurla verso il bene.

Chi è l'uomo? Chi è Dio?

L'uomo, ci dice questa parabola, è un essere capace di cambiare.

Non siamo prigionieri del nostro passato, né definiti una volta per tutte dai nostri errori o dalle nostre buone opere.

E Dio? È il Padre che continua a chiamare entrambi «figlio».

Il primo, nonostante il suo rifiuto. Il secondo, nonostante il suo formalismo.

La sua paternità rimane aperta, paziente, capace di attendere.

Per questo il Vangelo non ci chiede semplicemente: «Hai detto sì o hai detto no?»

Ci chiede qualcosa di più profondo:

Dove ti sta portando oggi la tua vita?

Il tuo «sì» a Dio è soltanto sulle labbra o è diventato vita?

Quando Dio ti parla, lo senti come un padrone o come un Padre?

E nella vigna del Padre, dove sei oggi?

Forse non conta soltanto essere arrivati. Conta essere ancora capaci di ascoltare, di cambiare e di riprendere il cammino.

Perché, finché possiamo cambiare, la nostra storia davanti a Dio non è ancora finita.

Don Biagio Aprile

 

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