Tu sei il Cristo: quando una domanda raggiunge il cuore

Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.


Ci sono domande che cercano una risposta e altre che, prima ancora, chiedono di fermarsi. La domanda che Gesù rivolge ai suoi discepoli a Cesarea di Filippo appartiene a queste ultime: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». È una domanda che attraversa la storia. Duemila anni dopo continua a raggiungerci: chi è veramente Gesù? Ma il Vangelo non si ferma alle opinioni della gente. Gesù restringe il campo e porta la domanda al cuore dei suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». A questo punto non basta più sapere che cosa pensano gli altri. Non basta una conoscenza religiosa, una definizione teologica, una tradizione ricevuta. La domanda diventa personale. Chi è Gesù per me?

«Tu sei il Cristo»

Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». È una delle frasi più importanti di tutto il Vangelo. Pietro non dice semplicemente qualcosa su Gesù. Si rivolge a Lui: «Tu sei». La fede comincia quando Gesù smette di essere soltanto un argomento e diventa un Tu. È come quando conosciamo qualcuno attraverso ciò che gli altri raccontano e poi, improvvisamente, incontriamo quella persona. Da quel momento non viviamo più soltanto di informazioni su di lei: nasce una relazione. Così accade con Cristo. Posso conoscere molte cose sul cristianesimo e non avere ancora incontrato veramente Cristo. Posso sapere chi è Gesù secondo la storia, la teologia o la tradizione della Chiesa e tuttavia non essere ancora arrivato a pronunciare, con la mia vita: «Tu sei il Cristo».

Romano Guardini ha insistito su questo carattere personale della fede cristiana: il cristianesimo non nasce anzitutto da un'idea, ma dall'incontro con una persona, con il «Tu» di Cristo. E Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, lo esprimerà con una formula ormai celebre: all'origine dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, ma l'incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte. Ecco perché la risposta di Pietro è molto più grande di una formula.

Una rivelazione che nasce dentro

Gesù, infatti, dice a Pietro: «Beato sei tu, Simone, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Pietro ha parlato, ma la sua risposta non nasce soltanto da lui. C'è un'azione di Dio che precede la sua parola. La fede è anche questo: Dio si fa riconoscere. Non significa che Dio si imponga. Significa che l'uomo può riconoscere ciò che da solo non riuscirebbe pienamente a vedere. È come quando una stanza è sempre stata davanti ai nostri occhi, ma improvvisamente una finestra si apre e la luce permette di vedere ciò che prima rimaneva nell'ombra. La rivelazione è questa luce.

Pietro vede in Gesù qualcosa che non si può ricavare semplicemente dall'osservazione esterna. Vede nel volto di quell'uomo il volto del Messia, il Figlio del Dio vivente. Per questo la domanda di Gesù non può essere affrontata soltanto con il ragionamento. Deve essere ascoltata anche nel silenzio. E qui il Vangelo tocca una questione decisiva del nostro tempo.

Una domanda nel tempo della dispersione

Viviamo immersi in un flusso continuo di parole e immagini. Il mondo digitale ci mette in contatto con una quantità praticamente inesauribile di informazioni, opinioni e interpretazioni. Sappiamo immediatamente che cosa pensano gli altri. Ma proprio per questo rischiamo di fare sempre più fatica a capire che cosa accade dentro di noi. L'uomo contemporaneo è spesso connesso, ma non necessariamente raccolto; informato, ma non necessariamente sapiente; continuamente raggiunto da messaggi, ma non sempre capace di ascoltare una parola.

La domanda di Gesù arriva proprio qui: «Tu, chi dici che io sia?». Non è una domanda tra le tante. È una domanda che interrompe il rumore. Ci costringe a uscire per un momento dal grande sistema nel quale siamo inseriti e a ritrovare il nostro volto. Perché se non sappiamo più chi è Cristo, rischiamo anche di non sapere più chi siamo noi davanti a Lui.

La fede come libertà

La risposta di Pietro nasce dalla rivelazione, ma non elimina la sua libertà. Al contrario, la rende possibile. Pietro è libero perché può dire «Tu». La fede cristiana non è l'inserimento dell'uomo in un meccanismo religioso. È la possibilità di entrare in una relazione nella quale la persona non viene annullata, ma finalmente riconosciuta. Dire «Tu sei il Cristo» significa allora riconoscere che la mia vita non è senza direzione, non è abbandonata al caso, non è semplicemente un frammento dentro un sistema più grande. C'è un Signore della mia vita. E riconoscerlo non significa perdere la libertà. Significa trovare il luogo nel quale la libertà può finalmente diventare risposta.

«Su questa pietra edificherò la mia Chiesa»

È significativo che Gesù, subito dopo la confessione di Pietro, parli della Chiesa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Prima viene Cristo, poi la comunità. La Chiesa non nasce semplicemente perché alcuni uomini decidono di stare insieme. Nasce dalla fede in un Signore riconosciuto e confessato. Per questo ogni comunità cristiana dovrebbe continuamente tornare alla domanda di Cesarea: Chi è Cristo per noi? Non soltanto: che cosa dobbiamo fare? Non soltanto: quali attività dobbiamo organizzare? Non soltanto: come possiamo rendere più efficiente la nostra pastorale? Prima di tutto: Chi è Cristo per noi? Da questa risposta dipende tutto il resto.

Le chiavi: una porta da aprire

Poi Gesù consegna a Pietro le chiavi del Regno. L'immagine delle chiavi è bellissima perché una chiave non serve anzitutto a comandare: serve ad aprire una porta. L'autorità affidata a Pietro e alla Chiesa è dunque autentica quando diventa servizio all'incontro con Dio. La Chiesa riceve le chiavi non per possedere il mistero, ma per aprire una strada verso il mistero. Legare e sciogliere significa accompagnare, discernere, riconciliare, perdonare, aiutare l'uomo a ritrovare una strada quando l'ha smarrita. La Chiesa è chiamata a custodire una porta che non è sua. La porta è Cristo. E il suo compito è permettere che quella porta rimanga aperta.

La domanda che rimane

Forse allora il Vangelo di questa domenica non ci chiede anzitutto di trovare una nuova definizione di Gesù. Ci chiede di verificare se quella definizione è diventata relazione. Posso dire «Cristo» con le labbra e vivere come se Lui non avesse nulla da dire alla mia vita. Oppure posso arrivare, lentamente, a dire: «Tu sei il Cristo». È una parola breve, ma contiene una scelta di vita. Significa: Tu sei il centro verso il quale voglio orientarmi. Significa riconoscere che non tutto dipende da me. Significa accettare di essere raggiunto da una parola che non ho prodotto io. Significa lasciare che Dio entri nella mia storia.

Forse oggi, in mezzo alla dispersione nella quale viviamo, abbiamo bisogno proprio di questo: non di altre parole, ma di una parola capace di raccogliere la nostra vita. E quella parola è la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Ma la domanda di Gesù rimane aperta. E raggiunge ciascuno di noi: «E tu, chi dici che io sia?». Forse la risposta più vera non nascerà subito. Avrà bisogno di silenzio, di ascolto, di preghiera, di vita. Perché alla fine non è soltanto una risposta che Gesù attende da noi. È una relazione. E la qualità della nostra fede si misura forse proprio da questo: da quanto quella parola — «Tu sei il Cristo» — è diventata non soltanto ciò che diciamo di Lui, ma ciò su cui abbiamo imparato a costruire la nostra vita.

Don Biagio Aprile

Commenti

  1. Io penso che solo se si ha fede si riesce a creare un collegamento con Gesù, solo la fede ci dà la possibilità di creare un collegamento e rimanere connessi con Gesù, solo allora forse riusciremo a dire chi è per noi Dio.

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