Il pane, la barca e la paura: quando la fede impara a camminare sulle acque della vita
Prima c'è il pane: Gesù prende quel poco che i discepoli hanno, rende grazie, lo spezza e lo dona alla folla. Tutti mangiano e sono sazi. Poi, quasi improvvisamente, cambia la scena. Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e li manda avanti, mentre lui sale sul monte a pregare. Scende la sera, il vento diventa contrario, le onde agitano la barca e Gesù non è con loro.
È difficile non vedere in questa successione un'immagine della nostra esistenza: il pane prima della tempesta, la sazietà prima della paura, il dono prima del cammino. Forse è proprio questo che Gesù vuole insegnare ai suoi: il pane non elimina il mare, ma dà la forza per attraversarlo.
Perché Gesù li manda sulla barca?
Matteo usa un verbo forte: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca. Perché? Forse perché non vuole che rimangano fermi alla sicurezza del miracolo appena compiuto. Hanno visto la folla sfamata, hanno sperimentato la potenza di Gesù. Ma la fede non può vivere soltanto di momenti luminosi. Prima o poi bisogna partire, lasciare la riva e attraversare il mare.
E la cosa sorprendente è che i discepoli si trovano nella tempesta proprio perché hanno obbedito a Gesù. Questo è importante anche per noi. Non sempre una vita difficile significa che abbiamo sbagliato strada. Non sempre il vento contrario significa che Dio ci ha abbandonati. A volte possiamo essere esattamente là dove il Signore ci ha chiesto di essere e, nello stesso tempo, trovarci nel mezzo della tempesta.
La fede non è la promessa di una vita senza vento. È la certezza di una presenza dentro il vento.
La sera e i venti contrari
Il Vangelo è pieno di immagini che parlano al cuore. C'è la sera, quando la luce diminuisce; c'è la barca, fragile e sbattuta dalle onde; c'è il vento contrario, quella forza che si mette di traverso rispetto alla direzione nella quale stavamo andando.
Quante volte conosciamo questi venti nella nostra vita: una malattia, un lutto, una relazione che si spezza, una preoccupazione per i figli, la paura del futuro, una crisi, una delusione, un fallimento. E, soprattutto, quella domanda che qualche volta arriva nel silenzio della notte: «Dov'è Dio?»
Il Vangelo ci offre una risposta sorprendente. Mentre i discepoli sono nella tempesta, Gesù è sul monte a pregare. Non è sulla barca, ma non è lontano. La sua preghiera precede il suo incontro con i discepoli. Anche quando non lo vediamo, Cristo non smette di essere presente.
Quando la paura ci fa vedere male
Poi Gesù arriva camminando sulle acque, ma i discepoli non lo riconoscono. La paura può fare anche questo: può deformare la realtà. Può farci scambiare una presenza per una minaccia, la speranza per un'illusione, Dio stesso per un fantasma.
E allora Gesù dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Non dice che il vento non c'è. Non dice che le onde si sono fermate. Dice soltanto: «Sono io».
È forse questa la risposta più profonda del Vangelo alla nostra paura: non una spiegazione, ma una presenza. La fede non significa non avere più paura. Significa non lasciare che la paura abbia l'ultima parola.
Pietro e le acque della vita
E poi c'è Pietro. Pietro ha il coraggio di chiedere: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sulle acque». Gesù risponde: «Vieni!». E Pietro scende dalla barca. Per un momento cammina sulle acque. Poi guarda il vento, ha paura e comincia ad affondare.
Quanto ci somiglia Pietro! Quante volte anche noi iniziamo un cammino con fiducia, poi guardiamo le difficoltà e ci spaventiamo. Finché guardiamo Cristo, camminiamo. Quando il vento diventa più importante della sua parola, cominciamo ad affondare.
Ma proprio qui c'è una delle immagini più belle del Vangelo. Pietro grida: «Signore, salvami!» e Gesù gli tende subito la mano. Prima la mano, poi il rimprovero; prima la misericordia, poi la correzione. Pietro non viene salvato perché è forte. Viene salvato perché, anche nella paura, continua a chiamare il Signore.
Forse questa è la preghiera che dovremmo imparare per i giorni difficili: «Signore, salvami». Quando non so cosa fare, quando ho paura, quando sento di affondare, quando la mia fede è piccola, Signore, salvami.
Il pane ricevuto e il pane dell'Eucaristia
E qui ritorna il pane. Non è casuale che il racconto della tempesta venga subito dopo quello della moltiplicazione dei pani. Gesù prima nutre i suoi e poi li manda nel mare. È una dinamica che appartiene profondamente alla vita cristiana: ricevere e partire.
L'Eucaristia è il pane del cammino. Non ci raduniamo attorno alla mensa del Signore perché la vita sia diventata facile. Ci raduniamo perché, dentro le difficoltà della vita, abbiamo bisogno di essere nutriti da Cristo.
Il pane eucaristico non ci porta fuori dal mondo, ma ci rimanda nel mondo. Ci dà la forza per salire sulla barca, attraversare il mare, affrontare il vento e continuare a servire. Per questo Eucaristia e missione sono profondamente unite. Il pane che riceviamo non è soltanto per noi. Come i discepoli nella moltiplicazione dei pani, siamo chiamati a riceverlo e a condividerlo.
Una fede che si dona: il ricordo di Gianni Colzani
Ed è proprio qui che vorrei ricordare una persona che per me ha avuto un significato particolare: Gianni Colzani. Non soltanto un grande teologo, ma un uomo che ha dedicato la sua vita a Cristo e al servizio della Chiesa.
La sua riflessione sulla missione può essere riassunta in una espressione che sento profondamente vicina al Vangelo di questa domenica: vivere la fede donandola.
È una frase semplice, ma esigente, perché una fede ricevuta non può rimanere chiusa dentro di noi. Il pane ricevuto chiede di essere spezzato, la Parola ricevuta chiede di essere annunciata, la chiamata ricevuta chiede di essere vissuta.
La Chiesa riceve il dono di Cristo e, come i discepoli sulla barca, è chiamata a partire, anche quando il vento è contrario, anche quando ha paura, anche quando non vede chiaramente la strada.
È forse questa una delle eredità più belle che possiamo raccogliere dalla vita e dal pensiero di don Gianni: la fede non come qualcosa da possedere, ma come un dono da restituire attraverso la propria vita.
Per questo oggi voglio ricordarlo con gratitudine e voglio anche affidarlo al Signore, per tutto il bene che ha seminato, per il servizio alla Chiesa, per la sua ricerca teologica, per la passione con cui ha vissuto la missione e per ciò che ha donato a tanti e, personalmente, anche alle nostre comunità.
Preghiamo per lui, perché il Signore che egli ha cercato, servito e annunciato lo accolga nella sua misericordia e gli conceda di contemplare finalmente quel volto di Cristo verso il quale ha orientato la sua vita.
E forse possiamo chiedere anche qualcosa per noi: che il Signore ci insegni a vivere come lui ci ha insegnato, ricevendo il pane e donandolo, ricevendo la fede e condividendola, salendo sulla barca senza pretendere che il mare sia sempre calmo.
Quando abbiamo paura, guardiamo Cristo
Alla fine questo Vangelo ci lascia tre immagini: il pane, la barca e il monte. Il pane ci ricorda che Dio ci nutre; la barca ci ricorda che Dio ci manda nel mondo; il monte ci ricorda che Gesù prega. E in mezzo c'è il mare, con i suoi venti contrari. È il mare della nostra vita.
Pietro lo ha capito. E allora, anche noi, nelle nostre notti, possiamo ripetere la sua preghiera: «Signore, salvami!» e ascoltare quella voce che attraversa il vento: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».
Il pane ricevuto ci sostiene, la mano di Cristo ci rialza, la sua presenza ci accompagna. E la barca può riprendere il suo cammino.
Don Biagio Aprile
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