IL CRISTO CHE NON AVEVAMO IMMAGINATO
Un Dio diverso da quello che immaginiamo
Gesù non nasconde ciò che lo aspetta: «Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere rifiutato… venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere». Non è facile accettarlo. E Pietro reagisce proprio come reagiremmo noi: questo non può accadere! Un Messia non può finire così. Ma qui Gesù rivela qualcosa di decisivo su Dio. Dio non si manifesta soltanto nella forza. Si manifesta anche nella fragilità. Gesù sarà consegnato nelle mani degli uomini. Sarà rifiutato e condannato. E, cosa ancora più drammatica, sarà proprio il potere religioso a decretarne la morte. La croce mostra così quanto siano fragili i confini tra autorità e potere, tra verità e interesse, tra servizio e dominio. Ma soprattutto mostra che Dio non abbandona l'uomo quando diventa fragile. Anzi, entra proprio lì.
La nostra vita è fragile
Forse è questo che facciamo più fatica ad accettare. Siamo abituati a pensare che dobbiamo essere forti, efficienti, capaci di risolvere tutto. La fatica ci sembra una sconfitta, il dolore qualcosa da eliminare rapidamente, il limite qualcosa di cui vergognarsi. Eppure la vita è fragile. Lo scopriamo con il passare degli anni, nelle relazioni, nella malattia, nelle delusioni, nelle separazioni, nei nostri stessi fallimenti. Gesù non ci dice che la sofferenza è bella. Non ci chiede di cercarla. Ci insegna però come attraversarla senza perdere noi stessi e senza smettere di amare.
«Prenda la sua croce e mi segua»
Dopo aver spiegato la sua strada, Gesù parla anche a noi: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Che cosa significa oggi prendere la propria croce? Non significa cercare il dolore. Non significa accettare passivamente l'ingiustizia. E neppure significa pensare che chi soffre sia più vicino a Dio. La croce è quella parte della vita che non possiamo semplicemente eliminare e che ci chiede fedeltà, pazienza, responsabilità e amore. Può essere una persona da custodire. Una relazione da ricucire. Una responsabilità che pesa. Un limite da accettare. Una sofferenza che non abbiamo scelto. Una fedeltà che costa. La croce non è tutto ciò che ci fa soffrire. È ciò che siamo chiamati ad attraversare senza smettere di amare. E c'è una parola decisiva di Gesù: «Seguimi». Non dice: porta tutto da solo. Dice: vieni dietro di me.
Come guardare la propria croce
Forse è proprio qui la novità cristiana. Non possiamo scegliere tutte le croci della vita. Possiamo però scegliere come guardarle. Posso vivere la mia sofferenza pensando di essere stato abbandonato da Dio. Oppure posso guardarla dietro a Cristo. La croce non scompare. Ma non è più una strada percorsa da soli. Cristo ci precede. E allora anche ciò che sembra soltanto una perdita può diventare un luogo nel quale impariamo qualcosa di nuovo sull'amore, sulla fiducia, sulla vita.
Pietro siamo noi
Pietro, alla fine, è un po' ciascuno di noi. Dice a Gesù: «Tu sei il Cristo», ma vorrebbe un Cristo diverso. Un Cristo senza croce. Un Dio senza fragilità. Una fede senza rischio. Pietro dovrà ancora camminare molto prima di comprendere. E forse anche noi. La fede non consiste soltanto nel dire «Tu sei il Cristo». Consiste nel lasciare che Cristo cambi la nostra idea di Dio e il nostro modo di guardare la vita. Per questo il Vangelo di oggi non ci chiede di amare la croce. Ci chiede qualcosa di più semplice e più difficile: quando arriva, non attraversarla da soli. Mettiti dietro a Cristo. Seguilo. Perché la croce non è l'ultima parola. L'ultima parola è la vita.
Don Biagio Aprile
Riflessioni sempre attuali e concreti🙏
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