Quando anche Dio sembra parlare sottovoce...
È proprio a persone così che Gesù si rivolge nel
Vangelo di questa domenica. Non parla agli eroi, non ai perfetti, non a chi
pensa di avere già tutte le risposte. Parla agli uomini e alle donne che si
sentono affaticati. In altre parole, parla a noi.
Eppure questo brano comincia in un modo sorprendente. Gesù prega. Prima ancora di parlare agli altri, parla con il Padre. È un particolare che spesso passa inosservato. E invece dice moltissimo.
Noi siamo abituati a pregare quando qualcosa non
va, quando abbiamo bisogno di un aiuto, quando cerchiamo una soluzione. Gesù,
invece, ci mostra qualcosa di diverso. Egli prega mentre sperimenta il rifiuto.
Molti non lo comprendono, alcuni lo criticano, persino Giovanni Battista
attraversa il dubbio. Eppure non si chiude nell'amarezza. Non accusa nessuno.
Alza lo sguardo verso il Padre.
Forse è proprio questo il primo insegnamento del Vangelo. Pregare non significa fuggire dalla realtà. Significa imparare a guardarla con gli occhi di Dio.
Quante volte lasciamo che siano le notizie, i
social, il giudizio degli altri o persino le nostre paure a dirci chi siamo e
quanto valiamo. Gesù ci insegna che il luogo dove la vita ritrova il suo
significato è il dialogo con il Padre.
La preghiera non cambia soltanto ciò che accade fuori di noi. Comincia a cambiare ciò che accade dentro di noi. È come aprire una finestra in una stanza rimasta chiusa troppo a lungo.
Poi Gesù dice una frase che può sorprenderci ancora di più: «Ti rendo lode perché hai rivelato queste cose ai piccoli.» Chi sono questi piccoli? Non sono semplicemente i bambini. Non sono nemmeno le persone meno istruite. I piccoli sono coloro che non hanno smesso di lasciarsi stupire. Sono quelli che sanno ancora dire: "Ho bisogno."
Viviamo in una cultura che ci educa a essere forti, competitivi, autosufficienti. Fin da piccoli impariamo che dobbiamo dimostrare qualcosa: essere migliori, arrivare primi, non sbagliare mai. Anche nella fede, qualche volta, rischiamo di pensare che tutto dipenda dalle nostre capacità. Gesù capovolge questa logica. Davanti a Dio non cresce chi si sente arrivato. Cresce chi continua a lasciarsi guidare.
Forse i piccoli di oggi sono quella madre che,
nonostante la stanchezza, continua ad amare la propria famiglia. Sono quel
padre che ogni mattina si rimette in cammino senza sapere cosa gli riserverà il
lavoro. Sono l'anziano che porta nel cuore tante ferite ma continua a pregare.
Sono il giovane che cerca sinceramente un senso alla propria vita. Sono anche
coloro che nessuno nota: chi serve in silenzio, chi consola, chi perdona, chi
ricomincia.
I piccoli non sono quelli che valgono meno. Sono quelli che hanno ancora spazio nel cuore perché Dio possa entrarvi. Ed è qui che il Vangelo raggiunge il suo centro. Gesù dice che nessuno conosce il Padre se non il Figlio.
Viviamo in un tempo in cui conosciamo moltissime cose. Abbiamo informazioni su tutto. Bastano pochi secondi per trovare una risposta sul telefono. Eppure ci accorgiamo che sapere tante cose non significa sapere vivere. Conosciamo il mondo. Ma spesso non conosciamo più noi stessi. Ci domandiamo: chi sono davvero? Per cosa vale la pena spendere la vita? Che senso hanno il dolore, l'amore, il perdono, la speranza?
Gesù non ci offre una teoria su Dio. Ci mostra il suo volto. Guardando Gesù impariamo che Dio non è un giudice distante, ma un Padre che si prende cura dei suoi figli. Guardando Gesù impariamo anche qualcosa di noi stessi. Scopriamo che la nostra dignità non dipende da ciò che produciamo, dal successo che otteniamo o dall'immagine che riusciamo a costruire. Il nostro valore nasce dal fatto che siamo amati.
Ed è forse questa la rivelazione più difficile da accogliere. Perché siamo abituati a dover meritare tutto. L'amore di Dio, invece, si riceve. Alla fine arriva uno degli inviti più belli di tutto il Vangelo: «Venite a me.»
Gesù non dice: venite verso una teoria. Non dice: venite verso una morale. Dice semplicemente: venite a me. La fede comincia sempre con un movimento. Occorre alzarsi. Occorre uscire da ciò che ci tiene fermi. A volte il passo più difficile non è cambiare città o lavoro. È uscire dalle paure che ci imprigionano, dal rancore che ci consuma, dall'idea di dover controllare tutto. Andare verso Cristo significa permettergli di diventare il punto di riferimento della nostra esistenza.
E aggiunge: «Imparate da me, perché sono mite e umile di cuore.» In una società dove sembra vincere chi urla più forte, Gesù propone la mitezza. In un mondo dove tutti cercano visibilità, propone l'umiltà. La mitezza non è debolezza. È la forza di chi non lascia che sia l'odio a guidare le proprie scelte. L'umiltà non significa sentirsi inferiori. Significa avere il coraggio di vivere nella verità, senza maschere, senza dover continuamente dimostrare qualcosa agli altri.
Forse sono proprio queste due virtù a rendere possibile una vera conoscenza di sé. Chi è mite non ha bisogno di combattere contro tutti. Chi è umile non ha paura dei propri limiti. Entrambi vivono nella libertà.
Infine Gesù parla del suo giogo. È un'immagine che oggi ci è poco familiare. Il giogo era ciò che univa due buoi perché camminassero insieme. Ecco il segreto. Gesù non ci chiede di portare il peso della vita da soli. Ci invita a portarlo insieme a Lui. Il suo giogo è leggero non perché elimina i problemi, ma perché nessuno è più costretto ad affrontarli nella solitudine.
Don Biagio Aprile
Riflessione veritiera e saggia
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