La Parola che cerca un terreno
Gesù non vuole insegnarci come si semina il grano. Vuole raccontarci come ama Dio. Il capitolo 13 del Vangelo di Matteo segna una svolta decisiva. Dopo l'entusiasmo iniziale, Gesù sperimenta incomprensioni, rifiuti, ostilità. Molti ascoltano, pochi cambiano vita. Sorge spontanea una domanda: se il Regno di Dio è davvero presente, perché produce risultati così diversi? Gesù risponde con le parabole.
Non sono racconti semplicemente edificanti. Sono finestre aperte sul mistero del Regno. Esse chiedono all'uomo di prendere posizione. La stessa parola che illumina può rimanere incomprensibile; lo stesso seme può diventare spiga oppure morire.
Il problema non è il seme. Il problema è il terreno. Perché Dio semina ovunque? Il seminatore della parabola è sorprendentemente generoso. Non seleziona. Non calcola. Non misura. Semina persino dove sembrerebbe inutile.
Perché l'amore di Dio non segue la logica dell'efficienza ma quella della speranza. Dio vede possibilità dove noi vediamo soltanto fallimenti. Continua a seminare anche nei cuori feriti, delusi, lontani, induriti. Questa è una delle immagini più belle della misericordia. Dio non smette mai di credere nell'uomo.
La parabola non divide l'umanità in quattro categorie rigide. Piuttosto descrive quattro possibilità che convivono dentro ciascuno di noi.
Ci sono giorni nei quali il nostro cuore è strada battuta. Le preoccupazioni, la superficialità, il rumore continuo rendono impossibile accogliere qualcosa in profondità. La Parola resta in superficie e viene portata via.
Ci sono momenti nei quali siamo terreno sassoso. Ci entusiasmiamo facilmente, ma senza radici. La fede diventa emozione, non scelta. Appena arrivano la fatica, le critiche, le delusioni, tutto si spegne.
Altre volte siamo pieni di rovi. Gesù li identifica con chiarezza: le preoccupazioni della vita e la seduzione della ricchezza soffocano lentamente il Vangelo. Non lo negano apertamente. Lo soffocano. È forse il rischio più tipico del nostro tempo: non rifiutare Dio, ma non avere più spazio per Lui.
Infine esiste il terreno buono. Non è il terreno perfetto. È il cuore disponibile. È la persona che continua a lasciarsi lavorare dalla Parola.
Il vero obiettivo: portare frutto. Tutta la parabola converge verso questa espressione. Portare frutto. La vita cristiana non consiste semplicemente nel ricevere dei doni. Il seme non è dato per essere conservato. È dato per trasformarsi.
L'intera esistenza cristiana è misurata dalla fecondità. Non dal successo. Non dalla visibilità. Non dal consenso. Ma dai frutti.
Quali sono questi frutti? San Paolo li descrive con parole semplicissime: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22-23). Sono i frutti dello Spirito. Il cristiano porta frutto quando la sua presenza rende migliore la vita degli altri. Quando genera riconciliazione. Quando consola. Quando costruisce comunione. Quando dona speranza. Quando sa perdonare. Quando vive nella verità. Il frutto più grande è sempre l'amore.
La parabola mette al centro il seme. Gesù stesso spiega che il seme è la Parola di Dio. Ma che cos'è realmente una parola? Noi siamo abituati a pensare alle parole come semplici suoni. La Bibbia pensa esattamente il contrario. La parola crea. La parola genera. La parola costruisce oppure distrugge. Con una parola si può salvare una persona.Con una parola la si può ferire per anni.
Per questo la Scrittura attribuisce alla Parola di Dio una forza creatrice. Nel racconto della Genesi Dio crea parlando. Nel Prologo di Giovanni tutto è stato fatto per mezzo della Parola. La Parola non comunica soltanto un'informazione. Comunica una presenza. Comunica una vita.
Origene amava dire che la Scrittura possiede sempre un mistero più profondo di quello che appare. Le parole divine sono come una porta che introduce dentro il mistero stesso di Cristo. Chi legge soltanto la superficie del testo rimane alla lettera; chi si lascia trasformare entra nella profondità dello Spirito.
La Parola non chiede semplicemente di essere spiegata. Chiede di essere abitata.
Il filosofo Paul Ricoeur ha dedicato molte pagine al linguaggio biblico. Per Ricoeur il testo non serve soltanto a trasmettere informazioni sul passato. Esso apre davanti al lettore un mondo nuovo. La Scrittura propone una possibilità diversa di esistere. Ogni volta che ascoltiamo il Vangelo siamo invitati a reinterpretare noi stessi. La Parola diventa allora evento. Non racconta soltanto qualcosa. Accade. Trasforma l'identità di chi l'accoglie.
Per questo il Vangelo continua a parlare dopo duemila anni. Non è un documento antico. È una parola viva.
Viviamo in una società nella quale le parole sono continuamente consumate. Parole gridate. Parole aggressive. Parole che dividono. Parole usate come armi.
Papa Leone, nella sua recente enciclica, invita la Chiesa e il mondo a disarmare le parole prima ancora dei conflitti. Perché ogni guerra nasce molto prima delle armi: nasce nel linguaggio che disumanizza l'altro, nell'insulto, nella menzogna, nella propaganda dell'odio. Disarmare le parole significa restituire loro la capacità di creare incontro, fiducia e pace. È esattamente ciò che fa la Parola di Dio. Essa non umilia. Non schiaccia. Non ferisce. Rigenera.
La terra diventa feconda quando si lascia raggiungere dalla pioggia. Anche il cuore umano si indurisce quando smette di lasciarsi irrigare. Diventiamo strada quando tutto scorre in superficie e non ci fermiamo più ad ascoltare. Diventiamo terreno sassoso quando preferiamo l'entusiasmo alla perseveranza. Diventiamo rovi quando il possesso prende il posto della fiducia, quando il consumo sostituisce il desiderio di Dio, quando le preoccupazioni occupano tutto lo spazio dell'anima.
Il terreno non nasce così. Lo diventa. Ed è proprio per questo che può cambiare. La buona notizia della parabola è che nessun cuore è condannato a rimanere sterile.
Don Biagio Aprile
Grazie delle sue parole ogni domenica, mi segnano sempre e scavano sempre un po' in me. Grazie
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