CHI CI GUIDA, OGGI?
Viviamo un tempo attraversato da una strana solitudine. Siamo connessi, eppure dispersi; informati, ma spesso disorientati. Anche la fede sembra risentirne: tanti sono battezzati, ma pochi sentono la comunità come casa; molti cercano spiritualità, ma senza un’appartenenza; non pochi vivono una nostalgia di Dio, ma senza sapere più dove cercarlo. Dentro questa crisi di senso, il Vangelo non ci offre una teoria, ma un volto: Cristo, il buon Pastore.
Anzi, il testo originale dice qualcosa di ancora più bello: il pastore “bello”, quello autentico, vero, affidabile. E allora viene quasi spontaneo domandarsi: che cosa ci dice oggi questa immagine? Abbiamo ancora bisogno di una guida? Forse questa è la prima domanda.
Perché il nostro tempo esalta l’autonomia, il “faccio da me”, e spesso sospetta di ogni guida. Eppure, se siamo sinceri, tutti cerchiamo qualcuno o qualcosa che orienti il cammino. Gesù si presenta proprio così: non come uno che impone, ma come uno che precede. Questo colpisce. Il pastore evangelico non spinge da dietro: cammina davanti, mostra la strada percorrendola. È la differenza tra chi comanda e chi accompagna.
Sant’Agostino, su questo, è chiarissimo: il vero pastore non trattiene a sé, ma conduce a Cristo; non usa il gregge, lo serve; non cerca consenso, ma salvezza. Ed è una parola attualissima.
Perché di guide apparenti ce ne sono tante. Ma chi ci aiuta davvero a vivere? Chi ci conduce verso libertà e pienezza? Chi custodisce la nostra anima? Il Vangelo risponde: il Pastore. Ma perché un gregge?
Forse l’immagine ci mette un po’ a disagio. “Gregge” può sembrare una parola che toglie libertà; nel Vangelo, invece, è il contrario. Il gregge è la comunità: è il luogo dove non si è soli, è il recinto che custodisce. Non una prigione, ma una casa. E qui il Vangelo tocca una ferita molto attuale. Molti dicono: credo, ma senza Chiesa; credo, ma senza comunità.
Eppure Cristo non chiama discepoli isolati: raduna un popolo. La fede nasce sempre dentro un “noi”. Questo spesso lo dimentichiamo. Non si segue Gesù da soli: si cammina con altri, con fragilità, certo, con limiti, anche, ma insieme.
Abitare la comunità significa questo: scegliere di non vivere il Vangelo in solitudine. Perché, dove i fratelli si radunano nel suo nome, lì Cristo abita. E questo cambia tutto.
Agostino direbbe: si riconosce Cristo perché il cuore ha imparato il suo timbro. La fede non è, prima di tutto, conoscere idee su Dio: è imparare una voce.
E i pericoli? Gesù non nasconde che ci sono ladri, briganti, predatori, cioè tutto ciò che disperde la vita. E ce n’è tanto, oggi: la superficialità che svuota, l’individualismo che isola, le paure che chiudono, le false sicurezze, persino una fede senza radici. Un gregge senza pastore si disperde; una vita senza orientamento si perde. Lo vediamo, lo viviamo. Ed è per questo che Cristo si presenta come custode: non per controllare, ma per salvare.
C’è poi un dettaglio sorprendente: Gesù dice che il pastore conduce fuori le pecore, non le rinchiude, le porta fuori. Quanto è importante! A volte pensiamo la fede come chiusura, come recinto; invece il Vangelo è apertura. Il pastore porta ai pascoli, a spazi larghi. Ad Agostino piaceva molto questa immagine: Cristo ci conduce fuori dalle paure, dalle illusioni, dalle schiavitù. Il Pastore non infantilizza: fa crescere. La comunità non è un rifugio per nascondersi dal mondo: è un luogo da cui imparare a stare nel mondo da credenti.
E poi arriva questa parola immensa: «Io sono la porta». Forse una delle immagini più tenere di tutto il Vangelo. Nei recinti palestinesi spesso non c’era una porta: era il pastore stesso a farsi porta. Si stendeva all’ingresso, vegliava; niente entrava senza passare da lui. Che immagine stupenda del Cristo pasquale! Lui stesso è la soglia. Per entrare nella vita si passa attraverso di lui.
Ma pensiamoci: Cristo è porta della comunità — si entra nella comunione passando attraverso il Vangelo; Cristo è porta della casa interiore — custodisce il cuore; Cristo è porta della mia vita — discernimento, protezione, accesso, apertura. Una porta fa entrare, ma fa anche uscire; custodisce, ma apre. Cristo fa tutto questo: non è un muro, è una soglia verso la vita piena.
Forse il problema non è che mancano pecore: forse manca il Pastore, o meglio, manca il ritorno al Pastore. Perché forse la crisi religiosa che viviamo non si supera solo chiedendo più pratica o più partecipazione: si supera quando si riscopre Cristo vivo, quando si torna ad ascoltare la sua voce, quando si torna ad abitare il gregge, quando si riconosce che la porta di casa è ancora aperta.
Don Biagio Aprile
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