CHI CI GUIDA, OGGI?

Gesù disse:  «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.  Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.  Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».


Ci sono pagine del Vangelo che non si leggono soltanto: si abitano. Questa di Giovanni 10 è una di quelle, perché ci mette davanti immagini semplici — il pastore, le pecore, il recinto, la porta — eppure capaci di dire qualcosa di profondissimo alla nostra vita. E forse mai come oggi ne abbiamo bisogno.

Viviamo un tempo attraversato da una strana solitudine. Siamo connessi, eppure dispersi; informati, ma spesso disorientati. Anche la fede sembra risentirne: tanti sono battezzati, ma pochi sentono la comunità come casa; molti cercano spiritualità, ma senza un’appartenenza; non pochi vivono una nostalgia di Dio, ma senza sapere più dove cercarlo. Dentro questa crisi di senso, il Vangelo non ci offre una teoria, ma un volto: Cristo, il buon Pastore.

Anzi, il testo originale dice qualcosa di ancora più bello: il pastore “bello”, quello autentico, vero, affidabile. E allora viene quasi spontaneo domandarsi: che cosa ci dice oggi questa immagine? Abbiamo ancora bisogno di una guida? Forse questa è la prima domanda.

Perché il nostro tempo esalta l’autonomia, il “faccio da me”, e spesso sospetta di ogni guida. Eppure, se siamo sinceri, tutti cerchiamo qualcuno o qualcosa che orienti il cammino. Gesù si presenta proprio così: non come uno che impone, ma come uno che precede. Questo colpisce. Il pastore evangelico non spinge da dietro: cammina davanti, mostra la strada percorrendola. È la differenza tra chi comanda e chi accompagna.

Sant’Agostino, su questo, è chiarissimo: il vero pastore non trattiene a sé, ma conduce a Cristo; non usa il gregge, lo serve; non cerca consenso, ma salvezza. Ed è una parola attualissima.

Perché di guide apparenti ce ne sono tante. Ma chi ci aiuta davvero a vivere? Chi ci conduce verso libertà e pienezza? Chi custodisce la nostra anima? Il Vangelo risponde: il Pastore. Ma perché un gregge?

Forse l’immagine ci mette un po’ a disagio. “Gregge” può sembrare una parola che toglie libertà; nel Vangelo, invece, è il contrario. Il gregge è la comunità: è il luogo dove non si è soli, è il recinto che custodisce. Non una prigione, ma una casa. E qui il Vangelo tocca una ferita molto attuale. Molti dicono: credo, ma senza Chiesa; credo, ma senza comunità.

Eppure Cristo non chiama discepoli isolati: raduna un popolo. La fede nasce sempre dentro un “noi”. Questo spesso lo dimentichiamo. Non si segue Gesù da soli: si cammina con altri, con fragilità, certo, con limiti, anche, ma insieme.

Abitare la comunità significa questo: scegliere di non vivere il Vangelo in solitudine. Perché, dove i fratelli si radunano nel suo nome, lì Cristo abita. E questo cambia tutto.


Poi c’è una frase meravigliosa: «Le pecore ascoltano la sua voce». Non dice semplicemente: sentono; dice: ascoltano. È diverso. Ascoltare è riconoscere una voce tra tante. E oggi di voci ce ne sono troppe: voci che seducono, voci che confondono, voci che promettono vita e spesso lasciano vuoto. Come si riconosce la voce del Pastore? Per familiarità, perché la si frequenta, perché la si ama.

Agostino direbbe: si riconosce Cristo perché il cuore ha imparato il suo timbro. La fede non è, prima di tutto, conoscere idee su Dio: è imparare una voce.

E i pericoli? Gesù non nasconde che ci sono ladri, briganti, predatori, cioè tutto ciò che disperde la vita. E ce n’è tanto, oggi: la superficialità che svuota, l’individualismo che isola, le paure che chiudono, le false sicurezze, persino una fede senza radici. Un gregge senza pastore si disperde; una vita senza orientamento si perde. Lo vediamo, lo viviamo. Ed è per questo che Cristo si presenta come custode: non per controllare, ma per salvare.

C’è poi un dettaglio sorprendente: Gesù dice che il pastore conduce fuori le pecore, non le rinchiude, le porta fuori. Quanto è importante! A volte pensiamo la fede come chiusura, come recinto; invece il Vangelo è apertura. Il pastore porta ai pascoli, a spazi larghi. Ad Agostino piaceva molto questa immagine: Cristo ci conduce fuori dalle paure, dalle illusioni, dalle schiavitù. Il Pastore non infantilizza: fa crescere. La comunità non è un rifugio per nascondersi dal mondo: è un luogo da cui imparare a stare nel mondo da credenti.

E poi arriva questa parola immensa: «Io sono la porta». Forse una delle immagini più tenere di tutto il Vangelo. Nei recinti palestinesi spesso non c’era una porta: era il pastore stesso a farsi porta. Si stendeva all’ingresso, vegliava; niente entrava senza passare da lui. Che immagine stupenda del Cristo pasquale! Lui stesso è la soglia. Per entrare nella vita si passa attraverso di lui.

Ma pensiamoci: Cristo è porta della comunità — si entra nella comunione passando attraverso il Vangelo; Cristo è porta della casa interiore — custodisce il cuore; Cristo è porta della mia vita — discernimento, protezione, accesso, apertura. Una porta fa entrare, ma fa anche uscire; custodisce, ma apre. Cristo fa tutto questo: non è un muro, è una soglia verso la vita piena.

Forse il problema non è che mancano pecore: forse manca il Pastore, o meglio, manca il ritorno al Pastore. Perché forse la crisi religiosa che viviamo non si supera solo chiedendo più pratica o più partecipazione: si supera quando si riscopre Cristo vivo, quando si torna ad ascoltare la sua voce, quando si torna ad abitare il gregge, quando si riconosce che la porta di casa è ancora aperta.


Ed è forse questo il messaggio pasquale di questa domenica: il Risorto non è assente. Cammina davanti, chiama per nome, custodisce la soglia, veglia sul gregge e continua a dire, oggi come allora: «Io sono venuto perché abbiano la vita». Non una sopravvivenza: la vita, quella vera. E forse, in fondo, è proprio questo che stiamo cercando tutti.

Don Biagio Aprile

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