Verso la Pasqua: credi tu questo?
Le ultime domeniche ci hanno consegnato tre segni forti, essenziali: acqua, luce, vita. Non simboli astratti, ma esperienze concrete dell’esistenza. Se l’acqua ci ha parlato della sete profonda dell’uomo e la luce ha illuminato le nostre cecità, oggi il segno della vita ci pone davanti al mistero più radicale: quello della morte.
Il racconto della risurrezione di Lazzaro non è solo un miracolo. È una rivelazione. Dentro quella casa di Betania si intrecciano amicizia, dolore, attesa, fede fragile e speranza. Gesù non resta distante: ama, piange, si commuove. Entra nel dramma umano fino in fondo. Ma proprio lì, nel luogo della morte, pronuncia parole che spaccano il buio:
"Io sono la risurrezione e la vita."
E subito dopo, la domanda decisiva, rivolta a Marta ma in realtà a ciascuno di noi:
“Credi tu questo?”
È una domanda che non può restare teorica. Non chiede un’adesione mentale, ma una presa di posizione esistenziale. Credere che Cristo è la risurrezione non significa solo attendere una vita dopo la morte, ma riconoscere che già oggi, dentro le nostre giornate, Egli è capace di rialzarci, di chiamarci fuori da tutte quelle “tombe” in cui spesso restiamo imprigionati.
Ci sono molte morti nella nostra vita: relazioni spezzate, speranze deluse, paure che paralizzano, peccati che chiudono. Eppure il Vangelo ci dice che nessuna di queste è definitiva. La risurrezione di Lazzaro diventa allora icona della nostra stessa storia: una voce che ci chiama per nome, una pietra che può essere tolta, una vita che può ricominciare.
La domanda di Gesù risuona oggi con una forza particolare. Viviamo in un tempo segnato da una sorta di “notte dell’anima”: smarrimento, incertezza, fatica a trovare senso. Ma proprio dentro questa notte, la fede non è evasione, bensì luce. Non una luce che elimina immediatamente il buio, ma che lo attraversa e lo orienta verso la vita.
Credere significa lasciarsi raggiungere da questa luce. Significa accettare che Cristo sia la mia risurrezione oggi: nelle cadute e nelle ripartenze, nelle ferite e nelle riconciliazioni, nei silenzi e nelle attese.
E allora, alle porte della Pasqua, lasciamo che questa domanda scenda nel profondo e diventi vita. Non come un esame da superare, ma come una voce che ci chiama.
Perché quella voce non è nuova. È la stessa che un giorno ha pronunciato il nostro nome sulle acque del Battesimo. È lì che siamo stati chiamati alla vita, strappati alla morte, immersi in una promessa che non si spegne.
Oggi, come davanti al sepolcro di Lazzaro, Cristo continua a gridare: “Vieni fuori!” Vieni fuori dalle tue paure, dalle tue chiusure, da tutto ciò che ti trattiene nella morte. Vieni fuori e torna a vivere.
La fede allora non è altro che questo: memoria viva di quella voce e accoglienza senza riserve. Lascia che ti chiami, ancora una volta, per nome.
E forse la Pasqua comincia proprio così: quando, nel buio delle nostre notti, abbiamo il coraggio di rispondere.
Don Biagio Aprile
🙏
RispondiEliminaColui che crede in Gesù ha già una parte di questi doni della fine dei tempi. Egli possiede una “vita senza fine” che la morte fisica non può distruggere. In Gesù, rivelazione di Dio, la salvezza è presente, e colui che è associato a lui non può più essere consegnato alle potenze della morte.
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