ASCOLTATELO!
Siamo alla seconda tappa di questo tempo sacro che è la Quaresima. I tempi
“forti” dell’anno liturgico non sono semplicemente ricorrenze che si ripetono,
ma soglie che ci interrogano: che cos’è il tempo? È solo successione di giorni
o può diventare spazio abitato, luogo dell’anima, occasione per ritrovare ciò
che dentro di noi rischia di smarrirsi?
È la crisi della fede quando incontra il non senso. È il momento in cui il
cuore vacilla.
E allora Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce in alto.
L’esperienza del monte è l’esperienza della preghiera. Salire significa
distaccarsi, prendere le distanze dal rumore, dalle paure, dalle proiezioni.
Significa entrare in quello spazio interiore dove le cose si vedono con
un’altra luce.
E infatti, “fu trasfigurato davanti a loro”: il volto di Gesù diventa
luminoso, le sue vesti candide come la luce. La luce irrompe proprio mentre
incombe l’ombra della croce. È come se il Padre volesse dire: ciò che appare
sconfitta è in realtà pienezza; ciò che sembra buio è attraversato da una luce
più profonda.
Quaresima è questo: stare con il Signore nella preghiera per imparare a
leggere la vita non solo dal basso degli eventi, ma dall’alto della comunione
con Dio. È un esodo da sé, dalle proprie paure, dai propri calcoli. È il
coraggio di lasciarsi condurre oltre, verso mete che non avremmo scelto, come
quelle che Cristo indica quando invita ad attraversare la passione,
l’ingiustizia, la sofferenza.
Quando la verità viene crocifissa, quando il bene sembra soccombere, quando
le scelte di coerenza costano, la preghiera non è evasione ma radicamento. È il
luogo in cui la Parola illumina il cuore e rende possibile ciò che umanamente
appare impossibile: restare fedeli.
Accanto a Gesù compaiono Mosè ed Elia. Non sono presenze decorative. Mosè è la guida che ha accompagnato un popolo dalla schiavitù alla libertà; Elia è il profeta che ha ricondotto un cuore disperso all’unico Dio. Legge e Profeti convergono in Cristo. Tutta la storia della salvezza trova in Lui compimento. È come se il passato della fede dicesse: fidatevi, questo è il cammino vero.
Poi la nube. La stessa nube che aveva accompagnato il popolo nel deserto,
segno della presenza misteriosa e fedele di Dio. Dalla nube una voce: «Questi è
il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo».
“Ascoltatelo” è il grande imperativo della Quaresima.
Ma cosa significa ascoltare? Non è solo udire parole. Ascoltare, nella
Scrittura, è accogliere fino a lasciarsi trasformare. È far scendere la Parola
nelle profondità della vita, permetterle di giudicare i nostri criteri, di
riorientare le nostre scelte, di purificare le nostre attese.
Ascoltare è dare tempo. È creare silenzio. È lasciare che il Vangelo non
resti superficie ma diventi carne nelle decisioni quotidiane, nelle relazioni,
nel modo di guardare il dolore e il successo, la prova e la gioia.
Come può questo tempo accoglierci? Forse proprio rallentando i nostri ritmi,
sottraendoci alla frammentazione, invitandoci a salire “in disparte”. La
Quaresima ci chiede di credere che esiste una luce capace di attraversare il
buio del cuore; che il non senso non è l’ultima parola; che la croce non è la
fine del cammino.
E allora le domande si fanno concrete: Quali sono oggi i miei smarrimenti? Dove avverto il non senso? Ho il coraggio di salire sul monte della preghiera o resto imprigionato nel rumore? Quale parola di Gesù ho bisogno di ascoltare davvero?
La Trasfigurazione non elimina la passione. Dopo il monte si torna alla
pianura e il cammino verso Gerusalemme continua. Ma si torna con uno sguardo
diverso. Con una memoria di luce che sostiene nei giorni dell’ombra.
Forse è questo il dono di questa seconda tappa quaresimale: imparare a custodire dentro di noi una luce che il buio non può spegnere, e lasciarci guidare dalla voce del Padre che ancora oggi ripete, nel cuore di ciascuno: “Ascoltatelo”.
Don Biagio Aprile
Per me queste letture e riflessioni sono un balsamo per affrontare la settimana in " serenità "
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