Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Questo Vangelo va ascoltato come si guarda una
luce che si accende lentamente.Non abbaglia, non impone, ma rischiara. Gesù parla di conversione e di Regno partendo da una terra di passaggio: la
Galilea.
Forse perché sa che il cuore dell’uomo non è un luogo stabile, ma un
confine attraversato da desideri, paure, domande aperte.
Prima di chiedere risposte, questa Parola chiede attenzione; prima di
indicare una strada, chiede di non avere paura della propria inquietudine. Il
Vangelo ci conduce subito lontano dai centri sicuri: Galilea, Zàbulon, Nèftali.
Non sono nomi poetici, sono terre di passaggio, zone esposte,
attraversate più che possedute. Luoghi dove l’identità non è mai definitiva,
dove tutto è mescolato.
Gesù comincia da lì. Non perché manchi il centro, ma perché il cuore dell’uomo assomiglia più a
una frontiera che a una fortezza. Sant’Agostino conosce bene questa geografia
interiore quando scrive:
“Sono diventato per me stesso una terra di
fatica” (Confessioni X,16).
L’uomo è una terra che non riposa, una Galilea
interiore: attraversata da desideri, paure, nostalgie, attese. È lì che Dio sceglie di accendere una luce.
Convertitevi:
non restate chiusi
Convertirsi non significa cambiare qualche
comportamento, ma accettare di non bastarsi. È riconoscere che il cuore umano, lasciato a se stesso, si ripiega, si
indurisce, si stanca. Agostino lo dice senza sconti:
“L’anima si è fatta angusta e non può contenere
ciò per cui è stata creata”.
La conversione è un allargamento. È permettere a Dio di riaprire spazi interiori che avevamo chiuso per
difenderci. In un tempo che idolatra l’autonomia, Gesù osa
dire che la salvezza nasce dalla relazione, non dall’autosufficienza.
Il Regno di
Dio è vicino
Non è un’idea, non è una promessa lontana. È una presenza che si avvicina all’uomo così com’è, non come dovrebbe
essere. Agostino lo esprime con stupore:
“Tu mi cercavi mentre io fuggivo da Te”.
Il Regno è vicino perché Dio non aspetta che
l’uomo lo trovi: è Dio che si mette in cammino, che attraversa le nostre Galilee
interiori, che entra nelle zone non risolte della storia. Questo cambia il volto della fede: non più una scalata verso l’alto, ma una visita che avviene dal basso.
Zàbulon e
Nèftali: la luce non nasce dal perfetto
Quelle terre erano considerate marginali,
contaminate, poco affidabili. Eppure il Vangelo insiste: è lì che splende la luce. Agostino avrebbe detto che Dio ama operare così:
“Dio non ha scelto i forti, ma ha reso forti
coloro che ha scelto”.
La luce non nasce dalla purezza, ma dalla presenza
di Dio che trasforma. Non elimina le ferite, ma le attraversa. Per questo il Vangelo non teme i luoghi ambigui,
le vite spezzate, le storie incompiute: sono esattamente i luoghi dove la luce può essere riconosciuta come dono.
Il bisogno di
luce
Il nostro tempo è luminoso e insieme smarrito. Sovraesposto, ma incapace di orientarsi. Agostino parla di una luce che non è solo
esterna:
“Non è la luce che colpisce gli occhi, ma quella
che illumina l’uomo dentro”.
Il Vangelo non promette di eliminare il buio, ma
di dare una luce che permetta di attraversarlo. Una luce che non umilia l’uomo, ma lo rende capace di verità.
Questo Vangelo non offre soluzioni rapide. Offre una direzione. Dice all’uomo contemporaneo che la sua
inquietudine non è un errore di sistema, ma il segno che è fatto per una luce più grande. E
forse proprio per questo Gesù continua a partire dalla Galilea: perché è lì, nelle terre di passaggio del cuore umano, che Dio ama farsi
riconoscere.
Don Biagio Aprile
L’evangelista Matteo, riprendendo un’immagine del libro di Isaia, ci dice quello che è Gesù per noi: la luce. Nella nostra vita, vediamo spesso tenebre, resistenze, difficoltà, compiti non risolti che si accumulano davanti a noi come un’enorme montagna, problemi con i figli, o gli amici, con la solitudine, il lavoro non gradito...
RispondiEliminaÈ tra tutte queste esperienze penose che ci raggiunge la buona parola: non vedete solo le tenebre, guardate anche la luce con cui Dio rischiara la vostra vita.
🙏🙏🙏
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