NATALE COME MEMORIA CHE ACCADE



Vi annuncio una grande gioia:

oggi è nato per voi un Salvatore, Cristo Signore. 

(Lc 2,10-11)


Il Natale ritorna ogni anno, ma non ritorna mai uguale. Se fosse soltanto una ripetizione, resterebbe confinato nel territorio del ricordo: un insieme di immagini familiari, di parole già udite, di gesti che rassicurano. Ma il Natale non è un passato che si contempla da lontano. È una memoria viva, nel senso più profondo: ciò che è accaduto continua ad accadere, ciò che è stato continua a offrirsi come presenza.

Agostino direbbe che non si tratta di rievocare un evento lontano, ma di lasciarsi raggiungere da una verità che abita il tempo e lo attraversa. Il Dio che nasce non appartiene solo a “ieri”: entra nell’oggi dell’uomo, nella sua interiorità inquieta, là dove il cuore resta sempre in ricerca.

Per questo il Natale tocca ogni persona con estrema delicatezza. Ognuno porta una storia unica, spesso segnata da ferite, stanchezze, distanze interiori, affetti fragili. L’uomo non è mai semplicemente compiuto: è un essere in cammino, talvolta smarrito, talvolta incapace di sostenersi da solo. Ed è proprio lì che il Natale accade.

Dio non viene per chi è già arrivato, ma per chi cerca. Non per chi si sente forte, ma per chi riconosce la propria vulnerabilità. Nel bambino di Betlemme umanità e divinità si incontrano in modo disarmante: Dio si china sull’uomo, entra nella sua notte, assume la sua condizione. È uno scandalo per ogni pensare umano su Dio, come già intuiva Agostino: l’Onnipotente si consegna alla fragilità, l’Eterno accetta il tempo, il Creatore chiede di essere accolto.


I segni del Natale – il silenzio, la povertà, la mangiatoia, il bambino – non sono decorazioni simboliche, ma un linguaggio da imparare a decifrare. Sono piste di riflessione sull’umano. Essi dicono che la salvezza non nasce dal possesso, ma dalla mancanza; non dal controllo, ma dall’affidamento; non dall’affermazione di sé, ma dall’accoglienza.

Qui il pensiero di Heidegger sulla Gelassenheit, la resa, diventa sorprendentemente vicino al Vangelo: solo chi smette di trattenere, di dominare, di assicurarsi ogni cosa, può davvero aprirsi a ciò che viene. Essere disarmati non è debolezza, ma una forma più alta di disponibilità all’essere. Anche la fede nasce così: non come conquista, ma come lasciar-essere Dio nella propria vita.

Essere disarmati è forse l’atteggiamento più difficile e più necessario del Natale. Significa deporre le difese, le pretese, l’illusione dell’autosufficienza. Significa accettare di non salvarsi da soli. In questo spazio di resa può nascere qualcosa di nuovo: una vita che non si fonda sulle proprie capacità, ma su una speranza affidata.

Il Natale, allora, non è un semplice augurio né un rito da attraversare. È l’esperienza di un Dio che continua a cercare l’uomo, e di un uomo che, proprio nella sua fragilità, può finalmente lasciarsi trovare.



Commenti

  1. "Dio non viene per chi si sente arrivato o forte..."
    C’è forse comunione più completa, più perfetta del lasciare all’uomo la possibilità di dividere la vita stessa di Dio? Nel Verbo che si è fatto carne, questo bambino di Betlemme, l’uomo trova l’adozione come figlio. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo padre. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo fratello.
    Carissimo p.Biagio complimenti per il tuo commento.
    Ti auguro tanta gioia e pace in modo da condividerla con noi con i tuoi magistrali commenti.
    Il Signore ti benedica.

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

FARÓ LA PASQUA CON TE!

“Due uomini salirono al tempio…” – Il disincanto e la verità del cuore

PREGARE SEMPRE, SENZA STANCARSI!