LA GIOIA DELL' ATTESA
La terza domenica di Avvento, tradizionalmente chiamata Gaudete, introduce una parola inattesa nel cuore dell’attesa: gioia. Non una gioia superficiale o anticipata, ma una gioia che nasce proprio dall’attendere. Non ci viene chiesto di smettere di aspettare il Signore, ma di abitare l’attesa in modo più vero.
Le letture di questa domenica mettono in dialogo Isaia
35 e Matteo 11, con al centro la figura di Giovanni il Battista.
Isaia annuncia un futuro in cui il deserto fiorisce, i deboli sono rialzati, i
ciechi vedono e i muti parlano. È una gioia che non cancella la fatica della
storia, ma la trasforma dall’interno. Il deserto non scompare: diventa
luogo di passaggio, di ritorno, di speranza. La gioia biblica nasce quando si
riconosce che Dio viene, che la storia non è chiusa, che la promessa è
più forte della sterilità.
Nel Vangelo, però, la gioia passa attraverso una domanda
inquieta. Giovanni, il profeta dell’attesa, ora è in carcere e chiede a
Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?».
Non è una domanda di curiosità, ma di fedeltà. Giovanni non smette di
attendere; vuole solo sapere chi sta aspettando davvero. La sua domanda
ci ricorda che la fede non è possesso tranquillo, ma ricerca onesta della
verità.
Gesù non risponde con una definizione, ma con dei
segni: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, ai poveri è annunciato il Vangelo.
Rimanda, di fatto, a Isaia. La gioia nasce quando riconosciamo l’opera di Dio
anche se non corrisponde alle nostre immagini, alle nostre urgenze, alle nostre
attese immediate.
Poi Gesù si rivolge alla folla e pone a sua volta
una domanda ripetuta: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto?». Non
uno spettacolo, non una canna sbattuta dal vento, non qualcuno che cerca
consenso. Giovanni è un uomo essenziale, radicato, libero. La sua gioia non è
rumorosa, ma profonda, perché nasce dall’aver orientato tutta la vita verso
l’Altro che viene.
Qui la Scrittura intercetta anche il nostro
tempo. Viviamo circondati da promesse di gioia: benessere immediato, successo,
sicurezza, visibilità. Ma molte di queste gioie sono fragili, dipendono dalle
circostanze, lasciano presto vuoto. La gioia biblica, invece, è più sobria e
più esigente: nasce da un’attesa autentica. Come direbbe Agostino, è la gioia
di un cuore inquieto che non si accontenta di poco. Come suggerirebbe
Heidegger, è un’attesa che non consuma il tempo, ma si lascia trasformare da
ciò che viene. Ed è, come ricorda Rigobello, una gioia che nasce dall’incontro
con un senso che ci precede e ci supera.
La terza domenica di Avvento ci invita allora a
discernere: chi stiamo aspettando davvero? Quali gioie stiamo
inseguendo? Quali bisogni sono autentici e quali indotti? La beatitudine finale
di Gesù suona come una promessa e una sfida: «Beato colui che non si
scandalizza di me». Beato chi accetta una gioia non immediata, non
appariscente, ma affidabile.
In questo Avvento, forse, la gioia più vera non è
avere tutte le risposte, ma imparare ad abitare bene le domande, come
Giovanni. È lì che il deserto comincia a fiorire.
Don Biagio Aprile
Amen 🙏
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