"Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù".
Riflessione sul Vangelo e sulla seconda lettura
della XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Dedicazione della Basilica
Lateranense
C’è un filo che attraversa la Parola di questa
domenica: la casa di Dio non è solo un edificio di pietra, ma un corpo vivente,
abitato dallo Spirito.Quando Gesù, nel Vangelo, scaccia i mercanti dal tempio e dice: «Distruggete
questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19), parla del suo
corpo, della sua vita donata.
Il tempio non è più un luogo, ma una persona. E da quella persona nasce un
corpo nuovo: la Chiesa, tempio dello Spirito, corpo vivente di Cristo.
Il corpo come
dimora dello Spirito
San Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che «voi
siete il tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi» (1Cor 3,16).
È un’affermazione che racchiude un’immensa dignità: il corpo umano, fragile e
concreto, è il luogo in cui Dio desidera abitare.
Sant’Ireneo di Lione scriveva:
“La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita
dell’uomo è la visione di Dio” (Adversus Haereses, IV, 20,7).
Non c’è contrapposizione fra corpo e spirito:
l’uno è la forma visibile dell’altro. Quando il corpo si chiude alla relazione,
quando diventa strumento di egoismo o di potere, esso si profana; quando invece
è aperto all’amore, diventa trasparenza del divino.
San Gregorio di Nissa affermava:
“Dio si è unito all’uomo perché l’uomo intero,
corpo e anima, partecipi della vita divina” (De hominis opificio, 5).
La profanazione del corpo — personale o
comunitario — nasce sempre da una perdita di consapevolezza: non ci si
riconosce più come “dimora di Dio”. È la dimenticanza del mistero che ci abita.
La Chiesa come
corpo e come madre
La Basilica Lateranense, che oggi celebriamo, è
chiamata madre e capo di tutte le chiese. Essa è segno di quella
maternità spirituale che definisce la Chiesa nel suo profondo: madre che genera
alla fede, che accoglie, che cura, che educa.
Sant’Agostino, commentando il mistero della Chiesa, diceva:
“Noi siamo Cristo, perché Egli è il capo e noi le
membra; tutto l’uomo totale è Cristo e la Chiesa” (In Ioannis Evangelium
Tractatus, 21,8).
Essere Chiesa significa riconoscersi parte viva
di questo corpo che genera alla vita. Ogni battezzato è cellula vitale di un
organismo spirituale: non vive per sé, ma per l’unità del tutto. Per questo la Chiesa non è mai solo un’istituzione o una somma di persone: è un
corpo materno, una realtà che dà vita.
San Leone Magno lo esprimeva con parole splendide:
“Ciò che era visibile nel nostro Redentore è
passato nei suoi sacramenti” (Sermo 74,2).
Cioè: la Chiesa continua nel tempo la corporeità
di Cristo, rendendo presente la sua salvezza nella storia. Come ogni madre, anche la Chiesa è chiamata a essere grembo che custodisce e
non tribunale che giudica, spazio che rigenera e non luogo che divide.
Ricostruire il
tempio
Nel Vangelo Gesù purifica il tempio: un gesto che
ci interpella nel profondo.
Anche noi siamo chiamati a purificare i “templi” che abitiamo: il corpo, le
relazioni, la comunità.
San Bernardo di Chiaravalle, parlando della costruzione spirituale dell’uomo,
scriveva:
“Ci sono tre dimore in cui Dio vuole abitare:
nell’anima, nella Chiesa e nel cielo. Ma la prima è quella che apre le altre
due” (Sermo in dedicatione ecclesiae, 1).
La conversione non è solo morale, ma
architettonica: è la ricostruzione di un tempio interiore, fatto di silenzio,
di preghiera, di comunione. Quando la preghiera diventa il respiro dell’anima e la fraternità il linguaggio
quotidiano, allora il tempio torna a essere abitato.
La dedicazione del Laterano ci ricorda che ogni
pietra sacra è segno di un mistero più profondo: Dio non abita nei muri, ma nei
cuori che si lasciano abitare da Lui.
Come diceva san Francesco d’Assisi nel Testamento:
“Il Signore mi rivelò che dovevo riparare la sua
Chiesa. Non solo quella di pietra, ma quella viva, fatta di persone”.
Il vero atto di fede oggi è lasciarsi ricostruire
da dentro: perché il corpo, le relazioni, la comunità diventino di nuovo tempio
dello Spirito, casa accogliente per Dio e per i fratelli.
“Lo zelo per la tua casa mi divora” (Gv 2,17).
Fa’, Signore, che questo zelo torni a bruciare in
noi:
perché la tua Chiesa, fatta di pietre vive, sia davvero madre che genera alla
vita,
e il nostro corpo, purificato e amato, diventi dimora della tua presenza.
Don Biagio Aprile
Grazie alla fede post-pasquale possiamo confessare che il Cristo morto e risorto è il tempio escatologico, il luogo di incontro, alleanza e comunione tra Dio e noi!
RispondiEliminaDio è presente ovunque, ma c’è un luogo in cui Egli abita in modo unico e speciale: se nell’antica economia tale luogo era il tempio di Gerusalemme, ora è Gesù, dimora del Dio invisibile.
Grazie Padre Biagio
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