BEATI VOI, la santità come desiderio di Dio nel cuore dell’uomo

"Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»".

Mt 5,1-12a


1. Un mondo che ha sete

Viviamo in un tempo in cui la parola “santo” sembra appartenere a un altro vocabolario, forse a un’altra epoca.
Nel linguaggio comune evoca figure lontane, statue immobili, o perfino modelli impossibili: “i santi”, quelli che ce l’hanno fatta, mentre noi restiamo a distanza, con la sensazione di non potercela fare mai.
Eppure, se guardiamo più in profondità, sotto la crosta dell’indifferenza e della stanchezza spirituale, emerge una sete.
Il nostro mondo laico, scettico e ferito, non ha smesso di desiderare Dio — semplicemente, non sa più come nominarlo. È un mondo “assetato di senso”, come direbbe il salmo:

«Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,2).

La solennità di Tutti i Santi non viene a ricordarci chi sono “i migliori tra noi”, ma a ridire a ciascuno che la santità è il nome segreto di questa sete.
La santità non è un premio per pochi, ma una vocazione iscritta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. È il desiderio stesso di Dio che abita in noi.

2. Il significato di “santo”

La parola “santo” viene dal latino sanctus, che deriva da sancire: “rendere sacro, consacrare, separare per Dio”.
Nel greco biblico, l’equivalente è ἅγιος (hágios), che significa appartenente a Dio, toccato da Dio, reso diverso dalla sua presenza.
Essere “santi”, allora, non è essere perfetti, ma appartenere a Dio, vivere in relazione con Lui.
Il santo non è chi non sbaglia, ma chi lascia che Dio entri nel suo sbaglio e lo trasformi in grazia.
È l’uomo che non trattiene nulla per sé e che — magari anche senza saperlo — porta in sé il segno del desiderio divino.

3. Le Beatitudini: la santità al rovescio

Nel Vangelo di Matteo (Mt 5,1-12), Gesù inaugura il suo discorso più importante non con ordini, ma con benedizioni:

«Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, beati i miti…».

La parola μακάριοι (makárioi) non indica una gioia passeggera, ma una condizione di vita felice agli occhi di Dio.
Gesù non descrive ciò che dobbiamo diventare, ma ci rivela come Dio ci guarda: beati non perché tutto va bene, ma perché Dio è con noi anche quando tutto sembra perduto.
Le Beatitudini sono il ritratto del santo secondo Gesù: non l’impeccabile, ma chi vive nella fiducia e nella compassione.
Il povero in spirito, il mite, il misericordioso, l’affamato di giustizia: tutti portano dentro una sete, un desiderio di verità, di amore, di Dio.
La santità comincia qui: nel riconoscere questa fame come spazio di incontro con Lui.


4. La visione dell’Apocalisse: la moltitudine dei salvati

Il libro dell’Apocalisse (Ap 7,2-4.9-14) ci porta su un’altra montagna. Giovanni vede “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”.
Tutti vestiti di bianco, segno di una vita purificata e resa luminosa dall’amore di Dio.
Questi non sono “perfetti”: il testo dice che hanno “lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello”.
Hanno cioè lasciato che la croce di Cristo — il suo amore ferito e donato — trasformasse le loro ferite in luce.
La santità, qui, appare come partecipazione alla Pasqua: è Dio che santifica, non l’uomo che si eleva.
E quella “moltitudine immensa” parla a noi: perché c’è posto per tutti.
La santità non è un’élite, ma la vocazione comune di ogni uomo che accetta di lasciarsi amare.

5. La santità: vocazione di umanità

Nel fondo di ogni cuore umano — anche del più lontano — c’è il desiderio di essere amato e di amare in modo pienoQuesto desiderio, dice la Bibbia, è la traccia di Dio in noiEssere santi non significa evadere dal mondo, ma diventare più pienamente umani.

“L’uomo vivente è la gloria di Dio” — scrive Ireneo di Lione — “e la vita dell’uomo è la visione di Dio”.

La santità è dunque umanità realizzata, non disumana perfezione. È Dio che, prendendo carne nel nostro quotidiano, rende sacro ciò che sembrava ordinario: un gesto di perdono, una parola di pace, una scelta di giustizia, un atto di cura.

6. Una via per il nostro tempo

Forse oggi la santità ha bisogno di nuovi linguaggi:
non più aureole, ma sguardi luminosi;
non più miracoli straordinari, ma presenze affidabili;
non più distanze, ma vicinanze che salvano.

Essere santi nel mondo di oggi significa:

  • restare umani in un tempo che disumanizza,
  • continuare a credere nel bene anche quando non conviene,
  • avere fame e sete di giustizia, nonostante la disillusione,
  • non smettere di desiderare Dio, anche quando sembra tacere.

La santità è questo: il desiderio di Dio che continua a respirare nel cuore del mondo, anche dove sembra che Dio non ci sia più.


7.  Il desiderio che salva

La festa di Tutti i Santi non è una parata di perfetti, ma la celebrazione di un Dio che non si stanca di cercarciÈ la festa del desiderio di Dio per l’uomo, e del desiderio dell’uomo per Dio.

In ogni cuore, anche il più lontano,
Dio ha seminato la nostalgia di sé.

La santità è riconoscere questa nostalgia,
e lasciarsi guidare da essa fino alla sorgente.

In un mondo stanco e lontano, riscoprire la santità come sete di senso e vocazione alla pienezza.

La santità non è un traguardo da conquistare, ma un desiderio da riscoprire: il desiderio di Dio per noi e il desiderio di noi per Dio — l’unico spazio in cui la nostra umanità ritrova la sua pienezza.

Don Biagio Aprile

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