AVVENTO: un cammino che si riapre

Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Mt 24,37-44


C’è un tempo dell’anno in cui la Chiesa sembra rallentare il passo, quasi a chiedere al cuore di rimettersi in ascolto. È l’Avvento. Un tempo che non si impo­ne con clamore, ma che si avvicina a noi con la delicatezza di un compagno di viaggio. Arriva puntuale come ogni anno, eppure mai uguale: perché non siamo mai gli stessi, e Dio ha sempre qualcosa di nuovo da dire al nostro tempo.

E allora, inizia qui la prima domanda:
Che cosa mi aspetto, davvero, da questo nuovo tratto di strada?
(Bonhoeffer direbbe: “Dio viene. Non come noi vorremmo, ma come Lui desidera venire a noi.” Siamo disposti a lasciarlo arrivare come Lui vuole?)

L’Avvento è l’inizio di un cammino, e ogni cammino chiede tre cose: uno sguardo che si apre, un cuore che desidera, e dei passi che si muovono. Non è un tempo per chi ha già tutte le risposte, ma per chi accetta di lasciarsi sorprendere.

Ed ecco un’altra domanda, più agostiniana:
Il mio cuore è ancora capace di desiderio o vive come se tutto fosse già accaduto?
Agostino ricorda: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.”
Sento ancora quell’inquietudine buona che mi mette in cammino?

Entriamo in Avvento quando ci rimettiamo in relazione con il tempo. Il tempo che viviamo, spesso così veloce e affollato, torna a farci domanda: Come lo sto vivendo? Lo riempio o lo abito? Mi attraversa o lo custodisco? L’Avvento ci insegna che il tempo non è un nemico da rincorrere, ma una soglia: in ogni giorno c’è una venuta di Dio, un “appuntamento” che Lui stesso fissa con noi. È il suo stile: venire, avvicinarsi, farsi trovare da chi lo cerca magari con fatica.

Armando Rigobello ci ricorderebbe che il tempo non è uno sfondo neutro, ma il luogo in cui il soggetto si costruisce e si supera.
La domanda allora si fa più personale:
Che cosa sto diventando nel modo in cui vivo il mio tempo?
Sto scegliendo di crescere, o mi sto lasciando trascinare?

Il Vangelo di questa domenica (Mt 24,37-44) ci consegna un'immagine forte e sorprendente: la venuta del Signore sarà come “ai giorni di Noè”, quando tutti vivevano distratti, senza accorgersi che qualcosa di decisivo stava accadendo proprio davanti ai loro occhi. Non è un invito alla paura, ma alla sobrietà del cuore. Gesù non ci chiede di stare col fiato sospeso, ma di vivere desti, presenti a ciò che siamo e a ciò che ci circonda.

E allora proviamo a domandarci:
Che cosa nella mia vita mi addormenta spiritualmente?
Che cosa mi distrae al punto da non riconoscere più le venute quotidiane del Signore?

«Vegliate». Una sola parola che diventa bussola del cammino. Non significa vivere in allarme, ma con gli occhi aperti. Tenere accesa la luce interiore che rischiara le giornate, anche quelle più difficili. È vegliare chi non rinuncia a cercare il bene; chi non si abitua all’indifferenza; chi sa riconoscere le piccole venute di Dio nelle persone che incontra, nei segni discreti che costellano la vita quotidiana. Veglia chi, pur stanco, continua a camminare perché sa che all’orizzonte Qualcuno sta venendo.

Qui risuona ancora Bonhoeffer, che nel carcere scriveva: “Solo chi attende può vedere.”
E allora la domanda diventa inevitabile:
Che cosa attendo veramente? E da chi attendo qualcosa?
Dalla vita? Da me stesso? O da Dio?

L’Avvento ci educa proprio a questo: a non dormire sulla vita, a non perdere il cuore, a non lasciarci inghiottire dalla fretta o dalla rassegnazione. È un tempo che riapre desideri, che rimette in moto la speranza, che ci ricorda che siamo nati per l’incontro. C’è un Dio che viene, che sceglie di farsi vicino, che non si stanca di cercare varchi dentro le nostre giornate. E ogni volta che lo attendiamo, anche solo un po’, Lui trova la strada per arrivare.


E allora, quasi sottovoce, una domanda che tocca tutti — chi crede molto, chi crede poco, chi non sa più credere:
C’è ancora spazio in me perché Dio possa entrare?
Oppure — come direbbe Agostino — “la casa del mio cuore ha le stanze piene d'altro?”

Forse questo Avvento può diventare l’occasione per riscoprire che la vita non ci accade semplicemente addosso, ma è un cammino nel quale il Signore ci precede e ci accompagna. Camminiamo allora con cuore desto, con passo leggero e con l’attenzione di chi non vuole perdere nemmeno una delle sue visite.

L’importante non è arrivare presto, ma arrivare svegli.
Perché il Signore verrà.
E quando verrà – nelle sue infinite modalità, nelle sue sorprese quotidiane, nei suoi silenzi che parlano – è bello poter dire:
ti stavamo aspettando.

Don Biagio Aprile



Commenti

  1. Salvezza e giudizio sono affini uno all’altro, ci scuotono nel bel mezzo della nostra vita: sia nel momento delle grandi catastrofi (la grande inondazione è qui evocata) sia nel corso del lavoro quotidiano nei campi o in casa. Uno è preso, trova scampo, è salvato; un altro è abbandonato.

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